9 Dec 2021
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Covid-19 e servizi cimiteriali

Racconto da due tra i territori più nella morsa del virus, Bergamo e Brescia

26 mar. – “La morte di un uomo è meno affar suo che di chi gli sopravvive” scrive Thomas Mann. Tra le tante questioni che l’epidemia del Covid-19 sta amplificando c’è proprio questo grande intrecciarsi di temi, complesso, delicato, dai molti risvolti, non certo affrontabili tutti in questa sede. I morti per questo virus, o col suo contributo, sono tantissimi. Scrivere un numero ora significherebbe già stare nel passato, visto che aumentano di continuo. Oltre che sulla coscienza individuale, delle persone che hanno avuto una perdita, e sulla coscienza sociale, con la stretta ai funerali posta dalle misure di sicurezza per arginare il contagio, questo virus impatta anche sui servizi cimiteriali. Abbiamo contattato sindacalisti Fp Cgil di due tra i territori più nella morsa: Bergamo e Brescia.

“Per quanto riguarda i cimiteri i fronti sono due: uno è quello degli operai che, non potendo fare ovviamente smart working, per il forte afflusso stanno lavorando ore su ore, senza riposarsi, soprattutto nei comuni più piccoli ma anche a Bergamo – racconta Dino Pusceddu, segretario Fp Cgil -. L’altro è quello della società partecipata di onoranze funebri. È disumanizzante la catena di montaggio che abbiamo di fronte, per la situazione complessiva e i turni di lavoro massacranti.

All’ospedale Papa Giovanni si sono mobilitati gli psicologi per dare sostegno ai lavoratori, su questi altri servizi no – aggiunge – . È vero che sono più avvezzi per mestiere ma lo scenario è allucinante”.

Che altre difficoltà ci sono? “La partecipata sta intervenendo anche dove non reggono le aziende private. Sta facendo il possibile ma le persone decedute restano nelle case anche per 13 ore. Nei parenti, al dolore si aggiunge la frustrazione per non riuscire a salutarli ai funerali. Non li fanno, le persone vengono cremate (anche fuori dal nostro territorio, i forni non bastano per far fronte alla domanda). Viene fatta in genere una funzione collettiva con sindaco, assessore, vescovo. Pochissimi vengono direttamente inumati, molte urne vengono consegnate alle famiglie o tenute nelle camere mortuarie finché finirà l’emergenza” risponde Pusceddu.

Poi c’è tutta la partita delle pratiche, della certificazione necessaria, e qui, facciamo un focus sui piccoli comuni della bergamasca con Deborah Rota. “La tenuta dei registri di stato civile e la redazione degli atti connessi, tra cui il certificato di morte è di competenza dell’ufficiale di stato civile, cioè il sindaco in qualità di ufficiale del governo o chi lo sostituisce (vicesindaco). Ma la funzione può essere delegata ai lavoratori, con atto comunicato al prefetto – spiega la funzionaria Fp Cgil -. L’epidemia ha portato a un incremento degli atti da registrare, da firmare in presenza, per cui i lavoratori devono necessariamente essere presenti nelle sedi comunali”. Come si sono organizzati nei piccoli comuni? “Premetto che qui spesso il lavoratore delegato dal sindaco riveste altre funzioni, attualmente non ritenute indifferibili o da rendere in presenza. I comuni ora hanno attivato varie strategie per contemperare l’incremento delle richieste con la necessità di ridurre gli  spostamenti dei cittadini nonché per alleggerire una funzione che porta in sé aspetti emotivi molto critici”. Qualche esempio? “Il comune di Berbenno, 2400 abitanti, ha agevolato il lavoro agile dei suoi lavoratori, prevedendo il rientro dell’operatore in presenza solo in caso di necessità a rilasciare l’atto di morte. L’Unione lombarda dei comuni di Almè e Villa d’Almè, 12000 abitanti, ha previsto la rotazione degli operatori e la preparazione degli atti da remoto per supportare l’attività fatta in presenza. In alcuni casi è stata significativa la mano data da sindaci e loro vice nella sottoscrizione degli atti”.

Sulla situazione bresciana interviene  Diego Sinis. “Ho parlato con nostri delegati, un grosso problema è che i cimiteri, piccoli e grandi, sono diventati un deposito. Un altro è che molti parenti delle vittime sono in quarantena e  non possono presentarsi per le cremazioni”. E poi, per il sindacalista della Fp Cgil, c’è il fatto che “i servizi cimiteriali sono quasi totalmente esternalizzati. O meglio, per quanto riguarda la tumulazione/esumazione. Questo pone il tema della responsabilità e della sorveglianza sanitaria”. Al dramma si aggiunge dramma. “Ci sono sempre più decessi, per il coronavirus, tra i lavoratori delle onoranze funebri. Non vengono fatti tamponi, non c’è sorveglianza sanitaria, la situazione è fuori controllo”. Sinis sottolinea più in generale che i decessi comunicati ufficialmente non corrispondono a quelli reali, “c’è stata un’esplosione da noi, sono molti di più”. Nel bresciano i funerali vengono svolti in forma privata “poche persone, per evitare assembramenti” ma i cimiteri sono chiusi.

Oltre alle esternalizzazioni, custodi cimiteriali e amministrativi sono in capo ai comuni? “Sì. Molte pratiche potrebbero essere fatte in via telematica ma in Regione Lombardia c’è l’obbligo della firma scritta per la cremazione. I servizi demografici sono  essenziali ma, già prima del Covid, erano in sofferenza di organico, ci sono uffici dove una sola persona fa tutto e se va bene con l’apporto solidale di una collega o un collega. Per loro almeno ci sono abbastanza dispositivi di protezione individuale, mentre per i custodi (che hanno in carico anche 3 o 4 cimiteri) e per i lavoratori in appalto non ci sono e qui, ribadisco, c’è un problema di sorveglianza sanitaria che denunciamo”.