30 Nov 2021
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Covid-19 / Sulla gestione degli Uffici di Esecuzione Penale Esterna in Lombardia

Lettera a “PubblicAzione” di Barbara Campagna, Coordinatrice Regionale FP CGIL Ministeri-Dipartimento Amministrazione Penitenziaria/Dipartimento Giustizia Minorile e di Comunità

1 apr. – L’emergenza Covid19 colpisce duro anche il mondo dell’esecuzione penale che mostra, dal chiuso delle sue carceri e dall’intervento degli Uffici Esecuzione Penale Esterna, tutte le sue potenzialità inespresse così come i suoi limiti.

Come sempre la differenza è data dalle persone, dalla loro capacità di predisporre l’emergenza, dalla duttilità delle matrici organizzative, dalla ricerca di alternative normative e ordinamentali che, per loro natura, vanno interpretate e applicate.

Come sempre non tutti i dirigenti amano interpretare, alcuni lo fanno, mentre altri preferiscono applicare con buona pace del riconoscimento delle loro prerogative. Il timore di sbagliare è troppo forte e quindi si attende che qualche “superiore ufficio” illumini, si pronunci, guidi.

Arriva il Covid-19 e si assiste a un bizzarro gioco delle parti: da un lato alcuni istituti penitenziari che si blindano, rispetto ai sindacati dei “ministeriali” colpevoli forse di seminare il panico (la consapevolezza?), ma comunque da non coinvolgere in confronti, data la forte autoreferenzialità del contesto organizzativo;  dall’altro gli UEPE e il settore minorile, da sempre più dinamici e abituati a un dibattito sindacale spesso “ruvido” ma chiaramente utile alla comparazione di esperienze e quotidianità.

Il virus pervade le esistenze quotidiane, la CGIL rilancia, chiede presidi, mobilita ogni livello e scrive, cerca confronti, insiste. I lavoratori vogliono risposte, sentono che stavolta la posta in gioco è troppo alta, che non si può soprassedere e quindi arriva lo “smart working” che viene vissuto e applicato diversamente: bisogna chiederlo, riempirlo di contenuti, fare un report di quanto svolto, come dire “giustificare” la concessione.

La polizia penitenziaria, in prima linea nei posti di lavoro, accusa il colpo: qualcuno si ammala, qualcuno muore, ma il lavoro è lavoro e le rassicurazioni sul controllo della pandemia sono molteplici e si spera siano sincere. Non c’è altro a cui aggrapparsi, anche se i sindacati si fanno vedere, ascoltano, rappresentano.

La gestione UEPE non è così: i dirigenti da subito mettono il personale in smart working, vedono i primi utenti ammalarsi e anche i lavoratori. Alcuni Uffici UEPE vengono chiusi, in certi casi drammaticamente a seguito della malattia di alcuni lavoratori. Il servizio continua da casa e si scopre che in questo modo tutto è documentabile, misurabile, concreto. Si soffre forse la solitudine ma si lavora, e molto. Si mantiene comunque la presenza in alcuni uffici ma non a Brescia e Bergamo dove una collega è stata contagiata dal Covid-19.

Troppa diversità, a questo punto i lavoratori chiedono spiegazioni attraverso le loro rappresentanze sociali, i sindacati, in primis la Cgil che dà voce anche ai non iscritti: “Perché le missioni? Perché devo andare in questo momento e non lavorare con smart working?” Domanda girata a chi di competenza, il PRAP. Non arriva risposta, parte una nota unitaria con Cisl e Uil, ma nulla. Il Provveditore è in quarantena, il dirigente sanitario pure, si dice sia stato ricoverato e le decisioni sulle persone – missioni, congedi, smart working e quant’altro, vengono prese da sostituti…

In questa acquisizione di notizie frammentate e incomplete si rimpiange la stagione delle corrette relazioni sindacali, quando prima di una nota formale arrivava una convocazione per confrontarsi su un tema e si condividevano proposte e progettualità per i lavoratori, ma questa pare essere un’altra storia.

Tornando a un linguaggio sindacale, lo stato del comparto ministeri regionale, in Lombardia, pare essere lasciato alla professionalità e ai lavoratori anche dirigenti, con lo sviluppo del quadro che ho esposto e che sfido a contraddire. Relazioni sindacali, a parte una lezioncina sul Covid-19 tenuta da due rispettabili e competenti virologi, zero. Ormai da anni.

Noi ci siamo, abbiamo offerto la collaborazione che le rappresentanze sociali sanno offrire da sempre, sia come funzione pubblica che unitariamente, ma la presunzione sorda di un’amministrazione che non rappresenta né si confronta sulle proprie criticità, ha finora resi vani i nostri sforzi.

I lavoratori esigono risposte, non dai “superiori uffici” ma da percorsi chiari e visibili, condivisi e trasparenti; per questo siamo nati come sindacato e per questo lotteremo finché raggiungeremo l’obbiettivo, con ogni mezzo legittimo a nostra disposizione.

Questo nello statuto FP CGIL, questo in ogni suo livello, anche nel penitenziario, anche e soprattutto in questo momento.