9 Dec 2021
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Medici di medicina generale / I perché dello stato di agitazione

Oggi la video conferenza stampa dell’intersindacale. Filippi (Fp Cgil Medici): “medicina generale anello debole del sistema”. Barbieri (Fp Cgil MMG): “chiediamo sicurezza”

18 nov. – “Noi non ci stiamo a essere capri espiatori di Regioni che nel corso della seconda ondata non hanno fatto nulla in termini di potenziamento territoriale e di tracciamento”. Così Andrea Filippi, segretario Fp Cgil Medici, alla video conferenza stampa organizzata oggi dall’Intersindacale, dopo che ieri è stato proclamato lo stato di agitazione dei medici di medicina generale e della pediatria di libera scelta, finiti nell’occhio del ciclone con l’accordo collettivo nazionale (non siglato dalla Cgil) per cui nei loro studi si possono fare i tamponi rapidi. Per Filippi quella dei tamponi è “un’operazione di facciata” che non assicura sicurezza ai cittadini e sovraccarica i medici di base. “Il tracciamento va fatto nei servizi, in una situazione di organizzazione e integrazione, altrimenti è un’operazione inutile”.

“Qualcuno vi ha raccontato che i medici di medicina generale vanno stanati dai loro studi dove si sarebbero rinchiusi. Negli ospedali, nelle strutture sanitarie in genere, quando c’è una pandemia si adottano misure di sicurezza. La più semplice, per fare un esempio, è la separazione del percorso pulito/sporco. I nostri studi sono per definizione degli spazi sporchi. Nel momento in cui entra un paziente sospetto Covid tutto l’ambiente diventa sporco – sottolinea Giorgio Barbieri, coordinatore Fp Cgil Medici di Medicina Generale -. L’unico strumento che abbiamo noi per proteggere pazienti e operatori non è separare gli spazi ma separare i pazienti verosimilmente sani da quelli potenzialmente infetti”. Da qui la regolamentazione degli accessi negli studi con i connessi disagi per utenza e medici. Ma da qui, anche, le “perplessità riguardo l’esecuzione dei tamponi in studio – precisa Barbieri -. Noi abbiamo chiesto di essere messi nelle stesse condizioni di sicurezza dei nostri colleghi dei reparti Covid”.

La medicina generale – rileva Filippi – è l’“anello debole” del sistema e “lo stato di agitazione si colloca nell’ambito di numerose vertenze che stanno insistendo sul Servizio Sanitario Nazionale: quella dichiarata, ad esempio, da Cgil Cisl Uil della funzione pubblica, così come nello stato di agitazione di tutto il pubblico impiego che porterà allo sciopero del 9 dicembre. Gli operatori sanitari, in particolar modo, stanno lamentando quelli che sono i nostri principi fondamentali: potenziamento dell’assistenza territoriale, assunzioni, sicurezza, stabilizzazione dei precari”.

Principi che si traducono, ad esempio, nel rafforzamento delle Usca, le unità speciali di continuità assistenziale istituite sotto coronavirus allo scopo di fare le visite domiciliari ma poco attivate. “Dovrebbero esserci in Lombardia più di 200 unità speciali di continuità assistenziale (1 USCA ogni 50.000 abitanti), e invece, ne sono operative solo 44 in tutta la regione. L’assistenza domiciliare integrata per pazienti COVID non è stata adeguatamente implementata” hanno denunciato proprio oggi Cgil Cisl Uil regionali.

Il fabbisogno di organici è grande e urgente: negli uffici di igiene e sanità pubblica, nella medicina di base convenzionata, nel 118, nelle guardie mediche, nei penitenziari, per citare alcuni ambiti.

E poi c’è una questione storica, come lo sono i medici precari da stabilizzare. “Abbiamo colleghi precari nella continuità assistenziale, nella medicina di emergenza urgenza, nella medicina dei servizi” afferma Barbieri, chiedendo ancheil superamento delle scuole per il corso di formazione per la medicina generale a favore dell’istituzione di una facoltà universitaria che abbia la stessa dignità delle altre specializzazioni. Vorremmo l’integrazione del servizio di medicina generale all’interno del Servizio socio sanitario nazionale pubblico”, aggiunge.

I sindacati segnalano che tra gli oltre 20mila sanitari Covid+ ci sono anche medici di medicina generale che non solo sono “lasciati spesso senza protezioni” ma non hanno nemmeno la tutela Inail. Da qui la richiesta di estensione, oltre che quella di prevedere per i familiari “dei colleghi che hanno perso la vita” (a oggi sono circa 200) un risarcimento economico.

Dalla conferenza stampa è emersa la sofferenza di una categoria professionale che sta operando tra mille carenze e difficoltà ormai croniche, tra l’ordinario (incluse le vaccinazioni anti influenzali) acuito dalla stretta alle prestazioni sanitarie per contenere il contagio e un surplus di lavoro straordinario cui spesso ci si presta “a mani nude”. Mentre si è sotto non solo la pandemia ma anche gli attacchi mediatici, e a volte istituzionali, che mettono a dura prova il rapporto fiduciario con i pazienti. Da qui la richiesta d’ascolto e soprattutto di risposte concrete. (ta)