30 Nov 2021
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L’ossigeno da dare alla sanità

Resoconto di una iniziativa che ci riguarda tutti

20 gen. – Disponibile su Facebook la registrazione della diretta streaming andata in onda ieri sera sulle pagine di LabMonza, Associazione Minerva e Passione Civica per Cesano per presentare “Senza respiro. Un’inchiesta indipendente sulla pandemia Coronavirus, in Lombardia, Italia, Europa. Come ripensare un modello di sanità pubblica, libro del medico e attivista Vittorio Agnoletto edito da Altreconomia. Ospiti dell’iniziativa, condotta dalla giornalista di Radio Popolare Cora Ranci, anche Tania Goldonetto, segretaria generale Fp Cgil Monza Brianza e Giorgio Barbieri, coordinatore Fp Cgil Medici di Medicina Generale, ed è sul contributo dato dai due sindacalisti che qui ci soprattutto ci concentreremo.

Il sindacato, la Fp Cgil Lombardia, da anni denuncia come il sistema sanitario regionale, schiacciato su un modello ospedalocentrico, non risponda ai fabbisogni di salute delle persone, da anni denuncia i tagli e le carenze del sistema, a partire dagli organici.

Così Goldonetto racconta della lotta messa in campo dal sindacato per garantire la “sicurezza ambientale” nelle strutture sanitarie, delle difficoltà delle lavoratrici e dei lavoratori della sanità che comunque si sono rimboccati le maniche sotto l’urto della pandemia e “la trasformazione completa di quella che era l’organizzazione quotidiana”, con una stanchezza acuita da turni pesanti. “Provate a viverla dal punto di vista lavorativo, quando ti trovi incastrato dentro ad una organizzazione che non ti permette nemmeno di fermarti a piangere su te stesso e devi assolutamente reagire perché ti devi occupare della vita delle persone – afferma la sindacalista -. Ti senti responsabile davanti ai decessi incontrollati che avevamo in una prima fase. Noi ricevevamo continuamente telefonate di operatori disperati, che non sapevano più come scrollarsi di dosso la forte responsabilità di dover decidere se intubare un paziente piuttosto che intervenire su un altro in pronto soccorso. E, con la carenza di personale, ognuno di loro doveva affrontare emergenze in contemporanea ma con numeri abbastanza elevati”.

La seconda ondata, ampiamente prevista, si sarebbe dovuta affrontare in condizioni diverse e con più controllo. Non è stato così per gli ospedali, privi del supporto territoriale anche in provincia di Monza, con personale sempre più all’osso, anche nell’anima, oltre che sempre più contagiato (oltre 620 operatrici e operatori). “Non si può pensare di continuare a caricare esseri umani in questo modo” rileva Goldonetto, anticipando già che si dovranno affrontare con un “sostegno psicologico” le ricadute di quanto accaduto nel 2020.

Durissimo l’attacco di Barbieri verso “chi guida – credo – senza patente la nostra regione” che durante la scorsa primavera “aveva un po’ sciaguratamente scelto di non investire in una politica che prevedesse testare, tracciare e isolare i focolai. Per tutta la prima fase, noi medici di medicina generale non potevamo prescrivere un tampone. I test venivano effettuati solo ai casi più severi di polmonite, perché si rivolgevano ai pronto soccorso. C’è stata una fase addirittura paradossale nella quale gli operatori sanitari, positivi al test ma asintomatici, erano obbligati a lavorare”. Il medico sindacalista di Limbiate ha ricordato il lavoro a mani nude dei medici di base, senza mascherine e guanti, i tanti colleghi caduti per questa “drammatica assenza di presidi di protezione”.
Tra i diversi punti critici di “un piano pandemico disatteso”, pagato a caro prezzo da popolazione, medici, operatrici e operatori della sanità, va messa anche la “carenza delle bombole di ossigeno” che avrebbero dovuto favorire le cure domiciliari e che poi, di fatto, nella “strategia programmata” sono state disponibili solo negli hub ospedalieri.

Al rialzare la testa del Covid, la Brianza e il milanese, più risparmiati nella prima fase, sono stati “colpiti con una severità inattesa”. E se, questa volta, i tamponi sono partiti “a spron battuto”, il colpo è stato pesante con i servizi di igiene e prevenzione ormai allo stato di ricordo, con i medici di base che – mancando l’opportuno personale – si sono pure ritrovati a usare tempo prezioso per il “lavoro burocratico”, rilasciando “provvedimenti di isolamento, certificati di riammissione in comunità”.

Barbieri teme che, se questa pandemia è “una spia che si è accesa a segnalare un anomalo funzionamento del servizio sanitario, spenta la spia torneremo in uno stato di normalizzazione più che di normalità. Invece dobbiamo prendere coscienza che la sanità lombarda non è più in grado di ben gestire la nostra salute pubblica. La vediamo in affanno già nelle condizioni normali”.

Il modello va assolutamente cambiato. Un indicatore, tra gli altri, può fare capire la situazione. “Nel 2020 l’accordo integrativo regionale per la Lombardia per i medici di medicina generale ha completamente eliminato dai suoi obiettivi la prevenzione, nonostante le proteste di Cgil Medici e di pochissimi altri. È stato cancellato ogni riferimento agli screening, alla diagnosi precoce. La prevenzione primaria non c’è più neanche sulla carta”.

Agnoletto nel suo intervento principale ha sintetizzato quali sono state le criticità messe in risalto dalla pandemia che, come un’onda, si è abbattuta con violenza sulla spiaggia – il sistema ospedaliero – perché il frangiflutto della sanità territoriale non ha retto alle picconate subite negli anni (per non dire delle Rsa, dove il virus è stato “un cerino nel pagliaio”). In Lombardia in particolare è stato via via sgretolato il pilastro della prevenzione che “sottrae malati e malattie” agli interessi del privato accreditato. Ancora “più grave” è il fatto che i vertici della Regione si muovino “con mentalità e obiettivi di chi gestisce la sanità privata”. Del resto c’è anche Confindustria con il suo “peso enorme rispetto ai luoghi della decisione”. (ta)