9 Dec 2021
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I ponti che servono tra medicina territoriale e medicina ospedaliera

“Una rete di ponti”, sottolinea Bruno Zecca, segretario Fp Cgil Medici Lombardia, ribadendo che al centro del sistema integrato per la salute vada messa la persona

11 feb. – “Bisogna ribilanciare i pesi, tornando a mettere al centro la medicina territoriale per lasciare negli ospedali solo i pazienti acuti”. Chiamiamo Bruno Zecca, segretario Fp Cgil Medici Lombardia, subito dopo la diretta social su ‘Senza Filtro’, per riprendere un tema: il Covid-19 ha evidenziato, in Lombardia come non mai, la biforcazione tra medicina territoriale e medicina ospedaliera.

“Questa biforcazione è un grande errore. Servono ponti non mura. Una rete di ponti. Medicina territoriale significa prendersi cura delle persone, stando loro vicine. Per questo è detta anche medicina di prossimità. La medicina ospedaliera è invece quella delle prestazioni, come quelle di alta qualità erogate in Lombardia, ma manca di continuità, è legata alla contingenza del caso clinico. Il punto vero è che, per dare risposte ai fabbisogni di cura sempre più diversi e complessi delle persone, questi due poli vanno messi in rete, secondo una logica di sistema che guarda alla salute a 360 gradi del cittadino. Una messa in rete a partire dalla disponibilità dei dati clinici e dalla collaborazione, secondo una visione comune, delle diverse professionalità” afferma Zecca.

Da medico ospedaliero di pronto soccorso ti trovi quotidianamente a fare i conti con l’affollamento, gli accessi impropri da parte della popolazione. “Cittadine e cittadini si rivolgono ai ps anche per casi non urgenti perché negli ultimi 20 anni il modello sanitario della nostra regione ha messo al centro l’ospedale (in un territorio ad alto tasso di strutture private) mentre ai servizi territoriali sono state tagliate braccia e gambe, cioè risorse umane ed economiche, e i medici di medicina generale sono sovraccaricati di pazienti. In questa situazione è ovvio che cittadine e cittadini si riversino nei pronto soccorso. La pandemia ha reso dirompenti gli errori di questo spostamento di asse che  deve ruotare attorno alla persona”.

Quindi bisogna riportare la persona al centro. “Esatto. Sul piano sindacale, questo si traduce anche nel migliorare le condizioni di lavoro delle operatrici e degli operatori della sanità, a tutti i livelli, non solo quello medico, intendo. Migliorarle significa avere migliori servizi, oltre che riconoscere il dovuto rispetto alle tante professionalità che operano nel sistema salute. Per quanto riguarda colleghe e colleghi medici, sottolineo come il mancato turnover e il taglio delle risorse abbiano comportato diverse criticità  – aggiunge Zecca -. Tanti medici non vengono sostituiti e anche negli ospedali l’età media è ormai elevata, si fa fatica a reggere turni e mansioni per cui da un po’ è iniziata una certa tendenza al fuggi fuggi. Questo scenario non è di certo attrattivo per le future generazioni di professionisti: perché è vero che fare il medico risponde a una missione ma bisogna che ci siano anche spazi e condizioni per una soddisfazione personale”.

Proposte? “Come sindacato lo ribadiamo da tempo: bisogna investire, a tutto tondo, sul personale. Bisogna assumere, bisogna stabilizzare i tanti medici precari, dare valore alle risorse umane, alle tante competenze, e distribuendole nel modo migliore per mettere – facciamone un mantra – le persone al centro”. (ta)