3 Dec 2021
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Telemedicina: dallo spazio alla rete tra ospedale e territorio

Il contributo della Fp Cgil Lombardia, con Vanoli e Barbieri, al seminario organizzato dalla Cgil Monza e Brianza

3 mar. – La nostra salute sarà curata sempre più attraverso consulenze mediche via internet o app, raggiungendo un numero sempre maggiore di persone, anche nei luoghi più remoti? La telemedicina è il futuro equo? E quale il suo impatto su chi opera nel settore?

L’assistenza socio sanitaria a distanza ha trovato una sua via sotto il Covid-19. Ma la telemedicina è nata negli anni cinquanta, per il monitoraggio cardiocircolatorio degli astronauti statunitensi nello spazio, ed è approdata in Italia, sempre per sperimentazioni sul sistema cardiocircolatorio, negli anni settanta, all’Università Sapienza di Roma. Lo ha spiegato Giovanna Vicarelli, dell’Università Politecnica delle Marche, intervenendo al seminario organizzato oggi sul tema dalla Cgil Monza e Brianza.

La telemedicina non è dunque una novità, come ha ribadito Manuela Vanoli, segretaria generale Fp Cgil Lombardia, ma “è salita alla ribalta nel 2020, come risposta alla necessità di resilienza del settore sanitario piegato dalla pandemia” e in un tempo che alimenta connessioni e nuove tecnologie. Ma per tutti? “Se la telemedicina può contribuire efficacemente all’attività di prevenzione, presa in carico della cronicità e rafforzamento della medicina territoriale, serve che l’infrastruttura digitale spesso assente o scarsa nelle aree interne o montane diventi patrimonio su tutto il territorio nazionale. Altrimenti corriamo il rischio che gli strumenti e le prestazioni sanitarie di telemedicina rappresentino soltanto una crescita delle disuguaglianze e non un vantaggio per contrastarle” ha detto la dirigente sindacale.

L’accordo Stato-Regioni del 17 dicembre 2020 ha fissato linee guida per uniformare in tutto il paese le prestazioni sanitarie erogate con la pratica medica assistenziale a distanza, finora prestata in modo difforme e a macchia di leopardo. Stiamo parlando di tele-refertazione, monitoraggio, tele-visita, tele-certificazione, per citarne alcune. Ma, rileva Vanoli, “la telemedicina non è solamente potenziamento delle tecnologie digitali, semplificazione del rapporto tra cittadino e sistema di welfare, ricetta elettronica o fascicolo sanitario elettronico”. La telemedicina è “un grande processo di innovazione”, che porta ad esempio ad “abbattere le barriere geografiche e temporali, assicurare maggiore equità di accesso alle cure, fornire gli strumenti per facilitare la comunicazione e l’interazione tra i medici e tra il medico e il paziente, assistere i malati cronici o anziani direttamente a casa, velocizzare le procedure burocratico-amministrative, ridurre l’accesso a strutture già affollate risparmiando sui costi”.

Se migliora la qualità dell’assistenza territoriale, lo fa e potrà farlo a suo supporto e non a sua sostituzione. Anche nella Lombardia che ha sguarnito sempre più la medicina di prossimità e delle attività di prevenzione e presa in carico per porre al centro del suo modello l’ospedale e la sua offerta di prestazioni, per il 40% circa in mano al privato.

Per questo Vanoli guarda, con la Cgil, a un modello socio sanitario più integrato e bilanciato tra ospedale e medicina territoriale e a una solida governance pubblica. E sottolinea il ruolo basilare della contrattazione sulla “rivoluzione organizzativa” che l’innovazione tecnologica comporta e comporterà sui servizi e le condizioni di lavoro. “Si tratta di processi la cui riuscita si misura soprattutto dal grado di coinvolgimento e partecipazione delle lavoratrici e dei lavoratori e delle loro rappresentanze sindacali”. Decisivi sono poi gli investimenti: in risorse umane ed economiche, nella formazione e aggiornamento professionale. Il rinnovo del contratto nazionale. Ma un passo fondamentale dovrà essere anche portare una risorsa cruciale come il medico di medicina generale nell’alveo del sistema sanitario nazionale, togliendolo dalla convenzione in libera professione.

Proprio uno di loro, e che loro rappresenta per la Fp Cgil, Giorgio Barbieri, ha illustrato al seminario vantaggi e rischi della telemedicina che “accorcia le distanze” con i cittadini ma non potrà mai sostituire una visita in presenza. Dà e darà senz’altro una mano a ridurre alle già lunghe liste d’attesa che, quando il Covid allenterà il morso, saranno da far “tremare i polsi”. Ma bisognerà guardarsi da un “eccesso di efficienza” per cui a procedure smart si sovrappone magari una triplicazione di responsi medici. Anche Barbieri torna su qualità dei servizi, tempestività dell’innovazione, investimenti, formazione, strumenti e reti telematiche da garantire, strutture distrettuali intese come edilizia sanitaria, insieme a un nuovo quadro giuridico che spazi dal consenso informato alla responsabilità medica.

Il finale del suo intervento lo dedica all’auspicio che la medicina diventi finalmente “una”, ossia che ci sia “un servizio socio sanitario nazionale integrato pubblico”. Non un mero spostamento di risorse dalla medicina ospedaliera a quella di prossimità. Ma una rete, anche telematica, cucita l’una con l’altra. “È pertanto vitale che siano ripensati e ricostruiti tutti i servizi di prossimità ai cittadini: i consultori, i distretti, i Cps”.

Per quanto riguarda, poi, più propriamente le attività dei medici di base, servono strumenti e tecnologia come “dotazioni pubbliche, non una sorta di comodato d’uso in omaggio ai privati convenzionati”. Così l’obiettivo è il macroteam “ovvero multidisciplinarietà nei distretti, medicina di prossimità nella sua interezza. Non più solo cure primarie sul territorio e tutto il resto arroccato in strutture ospedaliere. Occorre integrare telematicamente ma anche un po’ fisicamente la medicina specialistica e la medicina generale”. (ta)