3 Dec 2021
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Verso le Rsu / Lavorare in un piccolo comune e all’osso con gli organici

Gabriella Doneda è dipendente del Comune brianzolo di Busnago. Fa sia la bibliotecaria sia l’amministrativa nei servizi sociali

19 mar. – Gabriella Doneda lavora al Comune di Busnago dal 2003. Ha 46 anni e da quando è diventata mamma di due gemelli ha dovuto sottrarre ore al lavoro  suo “primo e unico amore” e per il quale si è formata, quello di bibliotecaria. Gli orari non le consentono di conciliare la cura dei bimbi per cui al rientro dalla maternità l’amministrazione, venendole incontro, le ha diviso il lavoro settimanale in due: 12 ore in biblioteca e 24 come amministrativa nei servizi sociali.

C’è un peso maggiore a essere donna? “In generale sì. Ma problemi con il mio ente non ci sono in merito. Le mie colleghe sono tutte donne e quasi tutte mamme, non ho trovato ostacoli. Il problema sono le carenze di organico nell’amministrazione comunale: se ci fosse il personale sufficiente a garantire tutti i servizi, pur trovando stimolante lavorare nel settore sociale, avrei potuto trovare collocazione a tempo pieno in biblioteca, con orari flessibili alle mie esigenze familiari”.

Doneda è anche Rsu per la Fp Cgil, “da tantissimi anni, dal 2005. Sto in Cgil perché sono di sinistra, si dice ancora oggi?” commenta tra l’amaro e il sarcastico.

Perché hai scelto di fare la rappresentante sindacale? “Ho sempre interpretato il mio ruolo per la possibilità di ottenere diritti per le figure professionali che sono meno tutelate. Vedi, appunto, le bibliotecarie mono operatrici, come accade negli enti più piccoli. Devono gestire tutto da sole e può succedere un imprevisto: mettiamo il caso nel corso di un evento organizzato  all’esterno il venerdì pomeriggio, quando gli altri uffici sono chiusi e si mette a piovere. È chiaro l’esempio?” chiede retoricamente.

Rispetto ai servizi sociali? “Andrebbero riformati. Anche qui ci sono delle figure professionali non considerate come dovrebbero, vedi gli assistenti sociali. In generale e in particolare, le carenze di organici, l’età media elevata del personale (la più giovane tra noi ha 42 anni), la farsa della mobilità per cui non si riescono ad avere ricambi adeguati, minano la fiducia nei servizi pubblici, ed è ancora più pesante in una fase di crisi”.

Cosa serve? “Servono assunzioni e rinnovamento della pubblica amministrazione, di cui il sindacato deve farsi portavoce. Il personale va formato e il lavoro va reso più veloce, semplificato e adeguato alle esigenze delle cittadine e dei cittadini. La burocrazia in questi anni è cresciuta invece che diminuire”.

Non sono istanze della mobilitazione e delle piattaforme contrattuali? “Sì e bisogna continuare a rivendicarle, con forza, fino a quando saranno adeguatamente rappresentate e realizzate”.

Al nuovo contratto nazionale cosa chiedi? “Un riconoscimento professionale vero per chi non ce l’ha, come i bibliotecari. Non abbiamo benefici come ad esempio i 500 euro di bonus che hanno gli insegnanti. Vorremmo un sistema premiante vero, scatti di carriera veri, dei carichi di lavoro equi, una capacità di innovazione di cui si faccia carico per prima l’amministrazione, non lasciandola alla sola buona volontà di lavoro dei dipendenti”.

In che senso? “Serve un potenziamento degli strumenti tecnologici per modernizzarle le procedure delle Pa. La pandemia ha dimostrato che, se necessario, anche le pubbliche amministrazioni si possono adeguare e modernizzare in poco tempo, lo abbiamo visto con il lavoro a distanza a cui ci siamo in breve adeguati. Bisogna continuare su questa strada, implementandolo e disciplinandolo. Solo così potremo avere amministrazioni  in grado di raccogliere le sfide di rinnovamento che abbiamo di fronte”.

Come vedi il ‘Patto’ con il Governo del 10 marzo? “Le premesse sono buone. Ho trovato interessante l’alleanza strategica con la Pa anche nell’ottica delle risorse del Recovery Fund. Auspico che non siano solo promesse ma si traducano in fatti concreti, per il bene del lavoro pubblico e di questo nostro paese”. (ta)