30 Nov 2021
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Verso le Rsu / Alessio Motta e l’unione fa la forza

Una vita piena di lavoro pubblico quella del delegato Fp Cgil MB che lavora all’ufficio anagrafe di Mezzago, dell’Unione Lombarda dei Comuni di Bellusco e Mezzago

22 apr. – Alessio Motta, classe 1976, di Burago di Molgora, maturità scientifica, marito e padre, lavora all’ufficio anagrafe del Comune di Mezzago che “nel 2016, con il Comune di Bellusco, ha formato l’Unione Lombarda dei Comuni di Bellusco e Mezzago”.

La sua storia lavorativa è piena di lavoro pubblico, parte da un corso all’ospedale di Vimercate per cui consegue la qualifica di operatore tecnico addetto all’assistenza (Ota), e nel 1997 viene assunto a tempo determinato nel reparto ortopedia. Alla chiamata per il servizio militare opta per l’obiezione di coscienza e, al rientro, viene riassunto dall’ospedale sempre a tempo determinato. “Nel frattempo era stato indetto dal Comune di Mezzago un concorso per l’assistenza domiciliare e l’ho fatto – racconta -. Era l’epoca del cambio di passo per la sanità lombarda, con il passaggio dall’ospedale di vecchio stampo all’ospedale-azienda che deve rispettare i bilanci. Ricordo che il primario, senza adeguare il numero di personale, aveva aumentato di molto i carichi di lavoro, operando a tutte le ore del giorno. Il risultato di tutto questo è stato che in reparto si faceva fatica ad assicurare una adeguata assistenza ai malati, ma di questo sembrava non importasse ai dirigenti. Da lì ho capito l’andazzo, confermato dai tagli indiscriminati alla sanità mentre i veri sprechi non vengono tagliati mai. L’attuale pandemia ha fatto saltare fuori tutti i limiti della nostra Regione”.

Quindi ti licenzi e passi alle dipendenze dell’ente locale. “Sì, il progetto sull’assistenza domiciliare del Comune di Mezzago era innovativo e i servizi sociali all’epoca erano ben strutturati – spiega il delegato Rsu della Fp Cgil Monza Brianza -. Sono stato assunto nel 1999 a part-time, l’altra metà del tempo lavoravo in piscina come istruttore, bagnino e cassiere. Il tempo pieno in Comune è arrivato nel 2002, dopo aver sostituito allo Spazio Giovani una educatrice che si era fatta male. Il mio lavoro è stato apprezzato e l’anno successivo mi è stata proposta l’estensione dell’orario di lavoro. Ho continuato così, alternandomi al mattino con l’assistenza domiciliare agli anziani e al pomeriggio facendo l’educatore con i minori, fino alla nascita della mia prima bimba”.

Nel 2008, con la nascita della figlia e con la moglie che lavora fino a sera nel settore del commercio bisogna riorganizzare il tempo. “Dovendo finire prima nel pomeriggio decisi, insieme all’amministrazione, di iniziare a lavorare presso il centro diurno comunale “La Casa del Sorriso”. Lì ho lavorato fino al 2016, nel frattempo sono nati gli altri due bambini” dice Motta, sottolineando come “nel corso degli anni, i servizi assistenziali comunali hanno sofferto sempre di più la mancanza di risorse”.

Dell’Unione fra Comuni cosa pensi? “Condividere le risorse per sopperire alle difficoltà delle piccole amministrazioni comunali è un’ottima iniziativa. L’Unione non va confusa con la fusione: il personale è confluito nel nuovo ente, le funzioni sono state accorpate ma le amministrazioni rimangono distinte. L’anagrafe poi fa sempre riferimento al proprio Comune di appartenenza”.

Com’è lavorare all’ufficio anagrafe? “Non è semplice. In un comune piccolo ci si occupa un po’ di tutto: ufficio relazioni con il pubblico, centralino, protocollo, anagrafe, stato civile, istruzione, comunicazioni, raccolta differenziata… Certo è un lavoro più burocratico rispetto a quello che facevo prima e che era la mia passione, essendo più relazionale. Ma anche qui possiamo toccare con mano le situazioni difficili che vivono cittadine e cittadini. Abbiamo una forte responsabilità occupandoci di pratiche che toccano i diritti delle persone. Ci sono tanti procedimenti diversi e trattiamo partite che vanno dal reddito di cittadinanza alla cittadinanza per discendenza. A mio avviso, occorre una formazione più strutturata. Si può sbagliare e la maggior parte dei dipendenti non ha una assicurazione o la fa privatamente spendendo soldi propri. Io ce l’ho perché la Cgil tutela sui procedimenti amministrativi”.

Perché hai scelto la Cgil? “È l’organizzazione sindacale che più tutela i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori. La Cgil è stata fondamentale per la crescita democratica del nostro paese e per il raggiungimento di quei diritti che hanno portato il vero progresso ed il vero benessere per tutti. Rappresenta la solidarietà e l’unità di intenti che i lavoratori devono avere per poter raggiungere dei risultati concreti. Mio papà Ezio poi è stato delegato di fabbrica per tutta la vita e mi ha trasmesso la sensibilità per queste tematiche. Quando sono stato assunto in pianta stabile ho preso la tessera. Penso che oggi sia necessario non perdere il radicamento, perché solo presentandosi uniti si è più forti”.

Cosa significa essere eletto nelle Rsu? “Essere disponibile ai bisogni di colleghe e colleghi, aiutarli nei momenti di difficoltà facendo da interfaccia con l’amministrazione”.

Con il Covid come va? “Anche nel periodo di confinamento il nostro è stato l’unico ufficio sempre aperto. Non subito abbiamo avuto i dispositivi di protezione ma poi sono arrivati e, la scorsa estate, ci hanno messo anche i separatori in plexiglass. Durante il primo lockdown le problematiche principali sono state legate alla gestione dei tre figli, una alle medie, uno alle elementari e l’altro all’asilo. Il governo ha dato 15 giorni di congedi per coprire un lasso di tempo di un mese e mezzo. Fortunatamente avevo le ferie pregresse, che ho smaltito, e con mia moglie ci siamo alternati nella gestione dei bimbi a casa, ma con loro non potevo fare lo smart working. Rispetto al lavoro agile ho peraltro notato una certa resistenza da parte dei responsabili, che hanno dubbi sulla valutazione e su come controllare i lavoratori ma gli strumenti per lavorare in smart ci sono, basta organizzarsi”.

Cosa serve al lavoro pubblico? “Gli enti locali hanno sofferto per parecchi anni i tagli e i paletti alla spesa. Tutti i settori hanno sentito la mancanza di risorse economiche e umane, con il blocco delle assunzioni. Alcuni uffici sono andati anche sotto al minimo di personale. Occorre una massiccia campagna assunzionale e, ribadisco, un’adeguata formazione per le operatrici e gli operatori delle pubbliche amministrazioni. Dal punto di vista della contrattazione decentrata – aggiunge – mi piacerebbero più risorse per premiare davvero i meritevoli. Per anni abbiamo avuto davvero pochi soldi da destinare alla produttività, con la necessità magari di mettere costose commissioni esterne per fare la valutazione premiante. Di certo le lavoratrici e i lavoratori che si distinguono per il loro impegno lo fanno per etica e senso di responsabilità, non certo per il tornaconto economico”.

Del ritorno di Renato Brunetta che dici? “A dir la verità all’inizio mi sembrava un incubo, poi sono rimasto colpito positivamente dalla volontà di incontrare i sindacati e dal Patto per l’innovazione del lavoro pubblico. Pensando al Ministro Brunetta del 2008, che i sindacati non li voleva neanche vedere e che ha ideato la riforma della Pa più punitiva della storia, il salto pare notevole. Ora mi piacerebbe un vero disegno di efficientamento dei servizi, con misure che portino ad un aumento dell’occupazione ed alla valorizzazione professionale di tutto il lavoro pubblico”. (ta)