29 Nov 2021
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Sanità lombarda: il gigante dai piedi d’argilla

Per un servizio socio sanitario nazionale di cui andare orgogliosi, anche in Lombardia. L’intervento di Bruno Zecca all’assemblea nazionale della Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn

14 mag. 2021 – Un’eccellenza impropria, quella della sanità lombarda, cui la pandemia ha levato la maschera, a prezzo di tante vite umane. Provando la stessa vita e tenuta professionale di chi, lavorando negli ospedali, nelle strutture sanitarie, negli ambulatori, le persone vuole, ed è chiamato, a curare. “Un microrganismo invisibile ha messo ko, con una rapidità impressionante, un apparato che aveva fatto dell’ostentazione muscolare dei suoi grandi ospedali, soprattutto privati, delle tecnologie avanzate e della sua efficienza nel produrre ed erogare grandi volumi di prestazioni sanitarie, il suo punto di forza”. Denso ed empatico il discorso di Bruno Zecca, medico di pronto soccorso e segretario della Fp Cgil Medici Lombardia, all’assemblea nazionale della categoria che ha portato a connettersi oltre 400 professioniste e professionisti della dirigenza medica e sanitaria di tutta Italia. Dopo l’introduzione tersa, incalzante e partecipe di Serena Sorrentino, segretaria generale Fp Cgil, dopo lo spessore politico-programmatico della relazione di un intenso Andrea Filippi, segretario Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, e davanti allo sguardo attento e lucido del segretario generale Cgil Maurizio Landini, che ha concluso i lavori.

Per Zecca il Covid-19 segna “un trauma indelebile, un prima e un dopo”, che smonta definitivamente, in Lombardia, l’illusione di un modello sanitario che, se fa consulenze specialistiche di alto livello e sa trovare risposte a quesiti clinici anche extra regionali, non è motivo d’orgoglio, “perché non si può essere orgogliosi di un Servizio sanitario nazionale, degno di questo nome, che abbia al proprio interno disuguaglianze così macroscopiche”. Un sistema che, da oltre 20 anni, al centro non mette le persone e i loro fabbisogni di salute ma l’offerta ospedaliera.

Così l’urto della pandemia è ancora più forte: “in quel febbraio 2020, nelle trincee dei pronto soccorso abbiamo cominciato a vedere che ad ogni ora l’accesso delle ambulanze si moltiplicava in maniera esponenziale e che a fine turno avevamo saturato tutti gli attacchi dell’ossigeno”. E si resta di fronte a un’evidenza cruda, “quando, nel clima spettrale delle nostre città deserte, con le giornate scandite solo dal suono delle ‘campane a morto’ e dal ritmo incessante-incalzante delle sirene, ora per ora, giorno per giorno, solo allora abbiamo avuto la netta sensazione di essere un gigante dai piedi d’argilla”.

Come reggere senza un argine di prossimità fondamentale, reso fragile nel tempo da politiche e interessi precisi? “La prima linea di difesa era stata sbaragliata, i nostri medici di medicina generale, i nostri dipartimenti di prevenzione, la medicina del territorio nulla avrebbero potuto per proteggere le strutture ospedaliere da quell’onda anomala” sottolinea Zecca, chiamando “modello self-service” il welfare lombardo delle prestazioni contabilizzate e delle grandi lacune, quali l’integrazione e comunicazione di “tutti gli attori, le figure professionali coinvolte”, “una visione trasversale tra prevenzione e cura”.

Lacune che sono da colmare. Ma come, per rilanciare un solido sistema socio sanitario, pubblico e universale? Il sindacato è una risposta, la rappresentanza confederale e non corporativa delle lavoratrici e dei lavoratori. Il medico ospedaliero lo comunica bene, raccontando la sua esperienza con il gruppo nazionale della Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn “in era pre-Covid”, all’inizio del 2020.  “Mi aveva incuriosito quello spazio dove colleghe e colleghi, compagne e compagni, con storie professionali completamente diverse tra loro, rappresentanti di tutte le realtà regionali, si mettevano a confronto. Mi aveva incuriosito quel modo di mettere disposizione di tutti il proprio angolo di visuale per costruirne uno più ampio, comune. Poi è arrivato il Covid e quello spazio, oltre che di confronto, è diventato anche di conforto, uno spazio in cui elaborare il trauma in tempo reale e al contempo un laboratorio di idee per il futuro, in un momento in cui l’orizzonte era molto cupo e indistinto”.

Questo insistere sullo spazio dà l’idea della volontà di movimento, di azione per il cambiamento. Ma anche del confronto aperto, “senza contrapposizioni preconcette con i medici di medicina generale e molti altri professionisti. Ci siamo reciprocamente convinti che il problema dell’overcrowding, ovvero delle migliaia di persone che ogni anno si riversano nei pronto soccorso per risposte che non trovano sul territorio, si può risolvere solo con una riforma radicale, con un approccio culturale alternativo, in grado di costruire una vera medicina di prossimità con una vera presa in carico della salute e della cura della persona in tutte le fasi della sua vita – sostiene il dirigente sindacale -. Contrastare quella deriva al ‘consumismo sanitario’ che identifica come bravo il medico se chiede tante prestazioni, tanti esami – spiega -, significa sostenere modelli di sviluppo basati sulla tutela dell’autonomia, dell’indipendenza e dell’appropriatezza delle scelte in ambito sanitario anche e soprattutto a favore del ruolo dei medici di medicina generale, svincolandoli dal concetto di ‘quota capitaria’ e portando tutte le figure professionali della filiera della salute nel perimetro contrattuale del servizio pubblico”.

Percorso del professionista e percorso del sindacalista si incrociano di continuo nell’intervento di Zecca che chiude riportando “il grido disperato di tanti operatori della sanità, uomini ma soprattutto donne – che, come sempre, hanno pagato e pagano un prezzo più alto -, stremati da 15 mesi di pandemia e da scelte politiche sanitarie regionali” sempre più distanti dai principi del nostro servizio socio sanitario. Da qui l’importanza, in “questa Lombardia”, di avere “un sindacato forte”. Ma anche “di costruire un modello di medicina territoriale i cui operatori siano vicini ai contesti abitativi e culturali nei quali le persone vivono. Una medicina in grado di essere presente anche e soprattutto in contesti sociali difficili, di degrado ed emarginazione. Una medicina in grado di intercettare i bisogni di salute e di svolgere un’educazione sanitaria continua nei confronti della popolazione. Educazione sanitaria – rileva – che non possiamo più demandare ai talk show ma che deve tornare tra le prerogative dei medici e degli infermieri di comunità, dei medici scolastici e di tutti i professionisti”. (ta)