12 Aug 2022
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“Ricerchiamo stabilmente” / 12.900 anni di precarietà nella ricerca sanitaria pubblica

Oggi l’assemblea nazionale organizzata dalla Fp Cgil con ricercatrici e ricercatori “della piramide” negli Irccs e Izs. Annunciata a fine giugno una manifestazione nazionale davanti al Ministero della Salute. Ma è solo la tappa di una mobilitazione che si prevede a “fiato lungo”

20 mag. 2022 – “Eravamo 3500 tra cococo, partite iva e borsisti più o meno a maggio 2017, abbiamo firmato in 1800 la piramide, oggi siamo rimasti in 1290. Quindi gli istituti hanno perso il 65% della forza storica della ricerca in 5 anni. Da una survey che avevamo condotto questo dicembre, in occasione della legge di bilancio, su un campione statistico di 500 ricercatori, poco meno della metà degli esistenti, il range di anzianità precaria oggi va da 5 a 32 anni, con una media nazionale di 10, l’80% sono donne. Questa terza bocciatura in 5 mesi non ci va giù, neanche un po’ e non andrà giù: da qui alla prossima legge di bilancio ci dovrà essere uno stillicidio di mobilitazioni! C’è qualcuno che non la vuole la nostra stabilizzazione e noi riteniamo che siano quelli che hanno pensato l’impianto della piramide della ricerca. Ma noi non possiamo non portare a casa la stabilizzazione. Siamo in 1290 e abbiamo 12.900 anni di precarietà, abusi contrattuali con la pubblica amministrazione”. Così Francesca Colciaghi, ricercatrice precaria del Besta di Milano e neo Rsu, all’assemblea “Ricerchiamo stabilmente” organizzata questa mattina dalla Fp Cgil nazionale al Centro Frentani e on line, e che ha coinvolto da tutta Italia circa 200 lavoratrici e lavoratori della ricerca sanitaria di Ircss e Izs assunti con contratto a “piramide” (5 anni + 5 a tempo determinato).

Dai vari interventi emerge rabbia per il misconoscimento di una professionalità spesa anche da decenni per la salute delle persone ma senza avere garanzie. Senso di offesa per la memoria corta dopo che si è lavorato in prima linea (anche) per produrre risultati scientifici nella lotta al Covid.

Amelia Grosso, collaboratrice di ricerca sanitaria al San Matteo di Pavia, lo dice chiaro: “ci siamo sentiti abbandonati. Soprattutto negli ultimi mesi stiamo facendo sentire la nostra voce, con manifestazioni, iniziative sindacali, anche con l’associazione Arsi. Stiamo dando fastidio. Abbiamo capito che è una questione di volontà politica, delle istituzioni. È giusto continuare a farci sentire – sostiene – ma credo sia arrivato il momento che anche i nostri direttori scientifici, le nostre amministrazioni dovrebbero essere i primi nostri sponsor, i primi che ci accompagnino in questo percorso soprattutto di fronte alle Regioni (perché si arrivi a una pianta organica della ricerca – ndr). Anche sensibilizzare dall’interno è un percorso necessario”.

All’assemblea, moderata da Sandro Alloisio, coordinatore nazionale Irccs e Izs Fp Cgil, con Alberto Evangelista, del coordinamento nazionale nonché coordinatore lombardo, e il segretario nazionale Sanità Michele Vannini, tante sono state le questioni poste, dai passaggi di fascia al rinnovo del prossimo contratto nazionale.

Rispetto all’attività di assistenza clinica svolta come surplus dai ricercatori è intervenuto, tra gli altri, Efrem Alessandro Foglia, ricercatore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale della Lombardia e dell’Emilia Romagna (Izsler): “L’impiego nella routine è ritenuta dai nostri direttori un’attività che va svolta continuamente da parte della piramide della ricerca, così come parte del comparto può essere impegnata in attività di ricerca. Questo porta via tempo ed energia per poi arrivare agli obiettivi”.

Un tema caldo, e che coinvolge un po’ tutta la sanità, riguarda la fuga di ricercatori dagli Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico e dagli Istituti Zooprofilattici Sperimentali. Lo ha introdotto nella sua relazione Evangelista. “Tutti noi proveniamo da istituti di ricerca che sono stati e sono tuttora un fiore all’occhiello del sistema Italia. Sono un fiore estremamente fragile. Lo dimostra l’abbandono del percorso da parte di oltre il 30% del personale della ricerca che è stato inserito in piramide”.

Lavorare nella precarietà, come spiega il sindacalista, significa non vedersi riconosciuti “diritti basilari, come ferie, malattia, maternità, contribuzione pensionistica”. Ma a questo aspetto, e al più generale sottofinanziamento della ricerca in Italia, a differenza di altri paesi europei, si affianca la questione del ruolo della ricerca da riconoscere nel Servizio Sanitario Nazionale. “Perché formare delle competenze, così elevate e poi perderle perché vanno all’interno dell’assistenza o, peggio ancora, nel privato, anche nell’industria, non è una bella cosa – rileva Evangelista -. Tutti i nostri ricercatori riescono ad arrivare, nel giro di 10-15 anni, a poter essere competitivi per l’ottenimento di bandi e finanziamenti. Se non riusciamo a incentivarli, a fidelizzarli, questi bandi e finanziamenti li andranno a richiedere per altri enti e aziende”. E ancora: “L’Italia non è attrattiva, nessuno viene da noi ma molti vanno all’estero”.

Nelle sue conclusioni, il segretario Vannini dà il benvenuto a tutte le ricercatrici e ricercatori precari che sono stati eletti nelle Rsu, sottolineandone ora la nuova responsabilità e ruolo. E poi anticipa, nell’ambito di una mobilitazione che terminerà solo a stabilizzazione raggiunta, e che quindi richiederà “di avere fiato lungo per tenere sempre più alto il livello d’attenzione” (dovendo durare fino alla prossima legge di bilancio), una manifestazione nazionale davanti al Ministero della Salute a fine giugno.
La vicenda della ricerca sanitaria nel nostro Paese è paradigmatica per due aspetti. Il primo, è quello di un Paese che non ha cura delle proprie eccellenze. Il secondo è che non dobbiamo sottovalutare come il processo di difesa della ricerca sanitaria pubblica e delle persone che ci lavorano debba essere inserito dentro un processo più ampio che guarda alla difesa del Servizio sanitario nazionale pubblico. Perché – continua Vannini – il progressivo depauperamento delle risorse che sono cresciute dentro la ricerca sanitaria e questo processo di progressiva sostituzione per cui il pubblico forma delle professionalità che poi dopo vengono consegnate al mercato, sono assolutamente coerenti con un potenziale – e potenziale è un eufemismo – rischio di privatizzazione strisciante della sanità nel nostro Paese che riguarda tutto il Ssn e che ovviamente vede nella ricerca un punto di eccellenza anche rispetto all’appetibilità dal punto di vista del mercato. Cioè – precisa – il processo di potenziale progressiva privatizzazione passa anche per il fatto che si spostano direttamente le competenze, perché fuori c’è un mercato che ha bisogno di quelle competenze, le vostre”.

Quindi alla “rivendicazione tutta sindacale che riguarda le condizioni di vita e di lavoro delle persone che vivono in una condizione precaria” va ancorata “una dimensione più generale, politica, che riguarda il futuro della ricerca sanitaria nel nostro Paese come pezzo fondamentale” di un patrimonio costituzionale com’è e deve essere il sistema sanitario nazionale, pubblico e universale.