29 Feb 2024
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Infermieri supplenti dei medici di medicina generale in Lombardia: proposta sbagliata nel merito e nel metodo

Vanoli e Creston (Fp Cgil Lombardia): “Il sistema sanitario regionale ha bisogno di nuove e corpose assunzioni, dalla sanità ospedaliera alla sanità territoriale. Grave che sulle sperimentazioni avviate non siano state coinvolte le organizzazioni sindacali”. Barbieri (Fp Cgil Medici di Medicina Generale): “Alle Regioni va tolta quella competenza in materia di salute che ha fatto tanti danni”

13 giu. 2022 – “Ci opponiamo a questa iniziativa che lede la professionalità di medici e infermieri, peraltro sotto particolare pressione e criticità con l’arrivo del Covid. La carenza dei medici di medicina generale non è una scoperta improvvisa ma è stata denunciata da tempo dalla nostra organizzazione sindacale. Come continuiamo a denunciare le carenze di infermieri che, per le pessime condizioni di lavoro stanno fuggendo dalle strutture ospedaliere pubbliche”. Manuela Vanoli, segretaria generale Fp Cgil Lombardia, esprime la contrarietà della categoria alla sperimentazione avviata da Regione per cui, per coprire le carenze di medici di medicina generale, in alcune aziende socio sanitarie ci si avvale di personale infermieristico.

Il polverone è stato sollevato dalle dichiarazioni di Letizia Moratti, assessora regionale al Welfare e vicepresidente della Regione, proprio durante la presentazione di questa iniziativa sperimentale.

“Siamo stufi di assistere all’incapacità di Regione di strutturare un sistema sanitario all’altezza dei fabbisogni e dei diritti di salute delle persone. Incapacità che di fatto si traduce in rattoppi, soluzioni tampone ed esternalizzazioni. Altro che eccellenza! – attacca Vanoli -. È ora che Regione smetta, ogni volta, di tirare fuori dal cilindro una novità per tentare di confondere le acque. Il sistema sanitario regionale ha bisogno di cure, serie e vere. Ha bisogno di nuove e corpose assunzioni, dalla sanità ospedaliera alla sanità territoriale. E le lavoratrici e i lavoratori meritano rispetto, con misure concrete, non prese in giro o strumentalizzazioni!”.

Sul versante delle professionalità infermieristiche, c’è stata una presa di posizione unitaria. “È grave che sulle sperimentazioni avviate non siano state coinvolte le organizzazioni sindacali. C’è in corso una riforma sanitaria e le carenze di infermieri sono ben note – afferma Gilberto Creston, segretario Fp Cgil Lombardia -. L’assessora Moratti ha poi precisato che l’infermiere fa supplenza ‘organizzativa’ e non ‘professionale’ ma noi ribadiamo che anche il termine supplenza non va bene. Gli infermieri hanno un preciso ordinamento professionale e il loro ruolo può essere solo sinergico a quello dei medici di base”.

Quindi? “Abbiamo chiesto a Regione di aprire un confronto vero sull’attuazione della riforma sanitaria, per ragionare su competenze e fabbisogni di personale. Invece che far partire progetti che riguardano gli infermieri – senza, ribadisco, informare le loro rappresentanze -, da Palazzo Lombardia dovrebbero arrivare riconoscimenti economici adeguati per questa professionalità e il pagamento delle indennità di malattie infettive del 2021 attraverso risorse aggiuntive e non pescando dai fondi contrattuali delle aziende” critica Creston.

Giorgio Barbieri, coordinatore Fp Cgil Medici di Medicina Generale, non è meno duro. “L’assessora Moratti continua a denigrarci con l’intento malcelato, come è per le destre del nostro Paese, di privatizzare questo servizio. È vero che ci sono diversi medici che, con il loro operato, infangano l’immagine dell’intera categoria, ma la maggioranza dei colleghi svolge invece il proprio lavoro con correttezza, dedizione e sacrificio personale. Qui in Lombardia questi medici scorretti sono più che tollerati dalla parte datoriale perché funzionali a un progetto che mira ad amplificare la percezione di ciò che non funziona per dipingere tutto il sistema sanitario pubblico come inefficiente e, appunto, farlo saltare. Dobbiamo noi per primi chiedere che questa intollerabile stortura – il punto debole rappresentato da questa piccola parte ‘viziata’ di colleghi, come ce n’è in ogni settore – venga sanata, proprio per difendere la dignità di noi tutti, veri professionisti di un sistema pubblico che va salvaguardato. La strategia in atto è quella della caccia alla volpe: le trombe mediatiche degli imprenditori della sanità privata stanno eccitando la muta (opinione pubblica). Personalmente – prosegue Barbieri – credo occorra una vera e determinata stagione di riforme: il servizio sanitario deve tornare a essere un servizio socio sanitario, pubblico e statale. Alle Regioni va tolta quella competenza in materia di salute che ha fatto tanti danni. La Lombardia con il suo sistema sanitario (dis)organizzato ha mostrato tutta la sua inadeguatezza con l’ecatombe pandemica – è bene ricordarlo –, nonostante l’esemplare abnegazione e il sacrificio di vite umane dei suoi medici”.

Voi non siete già liberi professionisti? “Siamo in rapporto di convenzione ma sotto il punto di vista dei doveri, di fatto, lavoriamo già come dipendenti. L’orario lo stabilisce il nostro datore di lavoro, la Regione. Siamo convenzionati ma in sostanza con un vincolo di esclusiva, con l’eccezione di un massimo di 5 ore settimanali consentite per poter svolgere quell’attività certificativa obbligatoria che dobbiamo erogare in regime privato (dall’invalidità civile ai certificati sportivi)”.

Con la privatizzazione finireste sotto un altro datore di lavoro. “La riforma sanitaria lombarda e quanto ci prospetta l’assessora Moratti consentono che le Case di Comunità possano essere affidate a cooperative che assumeranno i loro medici. Mettere in mano al privato la sanità significa che noi non saremo pagati per fare prevenzione, perché non fa profitto. E sarà meglio che gli utenti siano malati o credano di esserlo perché è sull’erogazione di prestazioni ed esami che si contano gli utili” sostiene Barbieri.

Resta il fatto che la carenza di medici di base sia disperante. “Perché siamo arrivati sino a questo punto di esaurimento? La competenza in materia è di Regione Lombardia che avrebbe dovuto programmare e gestire per tempo il fabbisogno di medici. Noi le proposte, anche rispetto alla formazione, le abbiamo presentate 15 anni fa. Ingiusto, ora, mettere a rischio professionale gli infermieri, che peraltro soffrono per la medesima carenza, con responsabilità che non competono loro. L’assessora Moratti pensi piuttosto a remunerarli più adeguatamente per il loro lavoro invece di provare ad ammaliarli. A mio avviso questa crisi è stata voluta, proprio per la volontà di restringere sempre di più il perimetro pubblico”.

C’è anche una crisi dell’attrattività professionale. “Quando vinsi il concorso io, 20 anni fa, c’erano 150 posti a disposizione (per inciso, già allora denunciavamo l’esiguità di questi numeri) e ci siamo presentati in 2000. Quest’anno al bando di 620 posti si sono presentati in 525 medici di cui 25 senza requisiti. Queste cifre la dicono tutta. Bisognerebbe prendere atto che chi fa con coscienza questa professione non vive più. Chi può scappa, anche dalla scuola di formazione, che non viene conclusa. Chi non può rischia di scoppiare, non si piace più. Ci sono colleghi che da due anni non vanno in ferie. Così, a lungo, non si può reggere, un equilibrio alla propria vita va dato. Lo dico da persona e da medico” evidenzia il coordinatore Fp Cgil Medici di Medicina Generale.

Come uscirne? “A monte, serve un cambio di impostazione politica nella nostra Regione. C’è una battaglia culturale da fare, consapevoli che se ora stiamo perdendo un set, la partita è ancora lunga e che questa deriva sanitaria, per i flussi e reflussi storici, si può recuperare. Il diritto alla salute per tutte e tutti è da rivendicare sempre. Purtroppo con questa china finiremo non, come chi dice con accento razzista, nel Burundi, ma nel modello statunitense, per cui ti puoi presentare in ospedale solo se ti puoi permettere la tessera dell’assicurazione. C’è una grande alleanza da sviluppare e rafforzare tra medicina ospedaliera e medicina territoriale. E il modello odierno delle Case di Comunità può funzionare se, e solo se, a gestione pubblica (distrettuale). Se ai medici di medicina generale si affianca il giusto numero di infermieri e di amministrativi, per sgravarci delle tante attività burocratiche ci fanno rallentare il nostro mestiere che, continuo a dire nonostante tutto, è bellissimo. Se si capirà che la medicina territoriale, al pari dell’ospedale, è parte di un unico insieme che si chiama SSN. Oggi come ieri, è con una visione di sistema che gestisce il servizio sanitario come risorsa e non costo, a partire dai non più procrastinabili investimenti sul personale, che si può riuscire a garantire la salute di cittadine e cittadini”.