12 Aug 2022
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“Chiedimi come sto” / “Dall’indagine emerge una sana reazione di disagio da parte dei ragazzi”

Intervista ad Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, dopo il convegno organizzato dalla Cgil Lombardia sull’indagine sullo stato degli studenti al tempo della pandemia

12 lug. 2022 – “Il concetto cardine è che idea noi abbiamo della salute, dei ragazzi e, in generale, delle persone. Oggi siamo arrivati a una deriva per cui la salute viene concepita come assenza di malattia e questo è l’errore in cui tutti siamo caduti. Se noi concepiamo la salute come semplice assenza di malattia, inevitabilmente concentriamo tutto l’intervento sulla prestazione dei servizi sanitari invece che sui servizi socio sanitari e su un welfare che garantisca il benessere e quindi la salute delle persone. Per noi garantire la salute non è una questione sanitaria, ma è una questione di benessere sociale”. Così Andrea Filippi, segretario nazionale Fp Cgil Medici e Dirigenti Ssn, riprende, in questa intervista, quanto espresso al convegno organizzato dalla Cgil Lombardia sull’indagine nazionale in merito alla salute degli studenti al tempo della pandemia “Chiedimi come sto”, condotta dall’Ires dell’Emilia Romagna e promossa da Rete degli studenti medi, Unione degli universitari e sindacato pensionati Spi Cgil.

Hai detto che bisogna cambiare paradigma, garantendo la salute fuori dai servizi, costruendo ad esempio buoni marciapiedi per evitare che i cittadini si facciano male a una gamba, ma anche facendo prevenzione e uscendo da un modello che mercifica la malattia. “Per ora ci troviamo di fronte a una montagna invalicabile. Oggi il Servizio Sanitario Nazionale è concepito come un insieme frammentato di sistemi che offrono prestazioni alla cittadinanza, seguendo e inseguendo le richieste della cittadinanza, peraltro a sua volta condizionata dal malessere sociale che questa società ha generato: una trascuratezza nei confronti dell’ambiente, del regime alimentare, del benessere psico-fisico porta, in genere, a maggiori bisogni di salute. E quindi si crea un sistema che fondamentalmente insegue le risposte e crea inevitabilmente sovraccarico, il fenomeno infinito delle liste d’attesa. Di fatto, la prestazione diventa un prodotto sul quale interviene la competizione tra pubblico e privato. E quindi, il pubblico affannosamente viene affogato dall’enormità delle richieste che crescono esponenzialmente, il privato invece fa l’affare che quante più richieste arrivano tanto più genera guadagno economico”.

Dall’indagine è emerso il forte malessere dei giovani in seguito alla pandemia, con aumento dei disturbi alimentari, atti di autolesionismo, assunzione di sostanze e abuso di alcol, senso di insicurezza verso il futuro, a partire da quello lavorativo, noia, demotivazione, solitudine e ansia. Paura per la propria salute mentale e richiesta di un supporto psicologico. “Sono rimasto affascinato da questa ricerca interessantissima. Ad una prima lettura, sembrerebbe emergere un dato desolante e preoccupante di disagio psicologico dei ragazzi. Al contrario, invece, questa indagine evidenzia una capacità di analisi e una capacità di reazione, una presenza emotiva e affettiva nei ragazzi di fronte a un contesto, questo sì, desolante. Voglio dire – precisa Filippi – che di fronte a un contesto desolante sarebbe stato preoccupante se fosse emersa una dimensione di felicità o di benessere dei ragazzi. Invece i ragazzi manifestano chiaramente un’adeguata risposta di disagio e difficoltà, non di pessimismo. I ragazzi sono giustamente preoccupati. Il cardine fondamentale è che non sono malati nella misura in cui non sono fatui. Di fronte alla drammatica situazione che stiamo vivendo (pandemia, ambiente, guerra, ecc.) sarebbe una reazione patologica quella di rispondere con un disinteresse rispetto ai problemi. Invece un primo punto essenziale è che 30mila ragazze e ragazzi hanno risposto al questionario, un elemento straordinario, di sanità della generazione dei giovani. Un secondo punto è che le risposte sono tutte adeguate al contesto”.

Oltre che sindacalista sei psichiatra, da qui questa tua lettura? “Sì. Se io identifico la patologia e il vero disagio come una mancanza di rapporto con la realtà, dalle risposte dei ragazzi emerge un sanissimo rapporto con la realtà. È sanissimo che, durante la pandemia, abbiano vissuto la noia nell’isolamento di casa, bloccati per giorni e giorni e con l’insegnamento da remoto. È sanissimo che abbiamo sofferto la solitudine, l’ansia, nella misura in cui non hanno trovato relazioni alternative a quelle familiari in cui erano costretti, che non sempre sono quelle più sane. Dall’indagine, quindi, emerge, ribadisco, una sana reazione di disagio da parte dei ragazzi”.

Rispetto alla richiesta di supporto psicologico? “Va premesso che la legge 180, che ha costruito i servizi di salute mentale in prossimità, sui territori, in realtà è stata tutta dedicata e destinata alla malattia, alla presa in carico della patologia grave e quasi sempre già cronica. Oggi il 98% delle risorse è speso proprio per la riabilitazione e per la residenzialità delle patologie gravi e croniche. Questo ci dovrebbe far riflettere che, in termini soprattutto di salute psichica, è mancato un intervento minimo di livello primario sulla salute delle persone, prima ancora che dei giovani. Un intervento volto a dare un sostegno psicologico e non necessariamente volto a curare la patologia. Venendo più nello specifico alla domanda – prosegue Filippi -, prima di tutto dobbiamo avere il coraggio di dire che forse, proprio la mancanza in questi anni di politiche e proposte per i giovani li ha indotti a una richiesta di sostegno psicologico che io però, francamente, non asseconderei per forza tout court. Io capisco che loro pensino che la risposta migliore sia il sostegno o lo sportello psicologico. Però l’esperienza a noi dice che la risposta non dovrebbe essere proprio per niente questa, altrimenti caschiamo nella trappola del bonus psicologico che poi, di fatto, si trasforma in una cultura di avviamento degli istituti privati di psicologia. Nostro compito – evidenzia Filippi – è di far capire ai ragazzi che la salute non si genera attraverso un intervento specialistico ma dando tutti quegli strumenti che intervengono sui determinanti (dalla scuola all’ambiente, dal welfare al lavoro sicuro e dignitoso) che portano a non avere bisogno dello sportello psicologico!”.

Allora cosa deve cambiare? “Oggi è stato ribadito da tanti: è il modello di istruzione che deve cambiare, la formazione degli insegnanti. Io faccio sempre un esempio: la risposta per far star bene i ragazzi non è fare un esercito di psicologi nelle scuole ma far acquisire agli insegnanti delle capacità minime relazionali, psichiche, perché siano capaci di leggere le richieste dei ragazzi. Perché le richieste dei ragazzi non sono patologia psichica, non necessitano di una competenza di secondo livello, di tipo psicologico o psicoterapeutico, necessitano della capacità di una dimestichezza con le dinamiche relazionali che tutti dovrebbero avere, dagli insegnanti ai genitori, ai familiari, agli amici. Quello su cui noi dobbiamo intervenire è una cultura della relazione che manca e che stiamo troppo spingendo e delegando alle competenze degli psicologi. Poi – aggiunge -, che per fare questo ci possa essere una strategia che passa attraverso un lavoro divulgativo degli psicologi nelle scuole, con formazione agli insegnanti e ai ragazzi, se lo scopo è generare una cultura della salute che mira a non avere bisogno dello sportello psicologico, allora senz’altro può essere utile”.

Qual è il ruolo della risposta di primo livello, che dovrebbe essere gestita dall’assistenza primaria? “È un ruolo mediano tra la promozione della salute che si fa fuori dai servizi e i servizi di secondo livello per la cura della malattia. È un’area molto importante, che non è solo la medicina generale. L’assistenza primaria è tutto ciò che deve intervenire in modo primario per tutelare la salute. Oggi manca tutta la promozione della salute e la tutela di primo livello è molto carente, frammentata e incentrata sugli studi professionali dei medici, così inevitabilmente diventa un accentrare sul medico una questione che invece è complessiva, olistica, e quindi possibilmente multi professionale”.

Un’ultima considerazione sul piano sindacale? “Nell’attività di rappresentanza dobbiamo riuscire a coniugare la nostra identità di professionisti, garanti della tutela della salute dei cittadini, con la costruzione politica e culturale che deve andare nella stessa direzione, anche attraverso la mobilitazione, dentro un’identità confederale multi professionale e che, soprattutto, attraversa trasversalmente tutto il mondo del lavoro. La caratteristica principale, cioè, per cui noi medici e dirigenti sanitari scegliamo di iscriverci alla Cgil è proprio per questa rappresentazione valoriale di trasversalità che è la caratteristica principale della salute. Perché la salute può essere garantita soltanto intervenendo in modo trasversale su tutti i determinanti che la condizionano. Pertanto qualsiasi prospettiva di intervento politico, sindacale o professionale che va nella direzione di categoria o settoriale è in partenza già fallita. Un intervento sindacale vero e di prospettiva trova la sua naturale allocazione politica e culturale in una dimensione confederale, proprio come quella in cui è nata la Cgil. Credo che, oggi più di ieri, dobbiamo fortissimamente rivendicare la nostra storia: la legge 833 del 1978 è nata proprio sui temi di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro rivendicati nei consigli di fabbrica dai lavoratori. La 833 è nata in Cgil, dai principi e dai valori della Cgil, con donne e uomini che avevano capito che prima di tutto ai cittadini e ai lavoratori andava garantita la salute”.

-> Il resoconto della giornata e le slide della ricerca sono reperibili sul sito della Cgil Lombardia, al cui canale You Tube e pagina Facebook  è disponibile la registrazione della diretta.

Locandina convegno (pdf)