5 Jun 2023
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Sanità lombarda / Lavorare da assistente sociale alla Asst Crema

Dall’intervento di Federica Traspadini, delegata Fp Cgil Cremona, all’attivo regionale delle delegate e delegati della sanità pubblica del 7 ottobre

10 ott. 2022 – Spesso si pensa alla figura dell’assistente sociale in capo agli enti locali ma, oltre a queste, ci sono quelle in capo al Servizio sanitario nazionale, entrate a pieno titolo nella funzione sanitaria con il decreto Sostegni bis e importante cerniera dell’integrazione socio sanitaria.

A parlare delle difficoltà, in Lombardia, di questa figura, all’attivo della Fp Cgil regionale “La sanità pubblica lombarda vista da dentro” dello scorso 7 ottobre, è stata Federica Traspadini, assistente sociale per la Asst Crema e delegata Rsu della Fp Cgil cremonese.

“Assistiamo da tempo nella nostra azienda a un avvicendarsi continuo di personale (sono aumentate in modo esponenziale le dimissioni, le domande di mobilità ed i pensionamenti) sia del comparto che della dirigenza, che mette seriamente in difficoltà la sostenibilità del sistema, aumentando di fatto lo stress, i carichi di lavoro, le incertezze, le insicurezze, le continue riorganizzazioni (che spesso mascherano chiusure e depotenziamenti), oltre a spalancare le porte alle esternalizzazioni, con il beneplacito consenso del governo regionale” afferma la lavoratrice.

Tuttavia non sono le sole carenze di organico a preoccupare, anche il reclutamento è un tema, se “non è più sufficiente bandire concorsi, ma serve investire maggiormente in attrattività, welfare aziendale e benessere organizzativo. Segnaliamo anche situazioni surreali, se pensiamo all’epoca pre-pandemia, come bandi deserti e ‘mercificazione’ del mercato del lavoro, dove la sensazione è che la spunti solo chi offre di più – evidenzia Traspadini – A Crema, sia la realtà ospedaliera sia quella territoriale sono in grave sofferenza di personale, oltre ad essere state progressivamente svuotate di competenze e conoscenze specialistiche che sino a non molto tempo fa garantivano un’assistenza sociosanitaria completa e di qualità”.

C’è disagio professionale? “Seppur provenienti da settori diversi, ovvero quello educativo, sociale e amministrativo, non smettiamo di cogliere ogni occasione utile per far vedere da dentro ciò che sta succedendo, sia con gli occhi di tutto il personale allo stremo delle forze, sia con quelli dei pazienti (o dei loro famigliari), spesso disorientati e bisognosi di avere risposte e certezze da un servizio pubblico efficiente ed efficace, purtroppo privato però della dignità di queste caratteristiche – sostiene Traspadini – . Il senso di frustrazione, demotivazione e stanchezza è alto, ma non smettiamo di lottare per difendere un ideale di stato sociale, giusto e attento al lavoro. A volte, vien da dire, solo sulla carta: siamo infatti una ASST molto Azienda, giustamente Sanitaria, ma sicuramente non abbastanza Sociale e Territoriale. Una ASST che spesso resiste solo grazie alla dedizione, all’impegno di tante operatrici e tanti operatori. Ancora una volta, sottolineiamo come le persone siano quel fattore che permette di fare la differenza, un PNRR (piano nazionale di ripresa e resilienza – ndr) non economico, ma umano: per questo motivo rivendichiamo un piano straordinario per l’occupazione”.

Peraltro la necessità di rimpolpare le forze in campo riguarda in particolar modo il personale amministrativo, “lavoratrici e lavoratori invisibili dell’emergenza Covid, purtroppo sempre più sommersi dalle carte (complice anche un ritardo nei processi di semplificazione e digitalizzazione)”.

Quali altri criticità condizionano il funzionamento dei servizi? “L’evidente deficit di progettualità da parte dei molteplici soggetti che dovrebbero essere in sinergia tra loro. In tali situazioni, ad esempio, il professionista sanitario (educatore, assistente sociale, infermiere) spesso si trova ad intraprendere iniziative senza essere idoneamente supportato, lasciando la soluzione del problema alla buona volontà e alla dedizione al lavoro della singola operatrice o del singolo operatore che prende in carico l’utente. Le ASST non assumono il ruolo di protagoniste della rete né facilitano il lavoro in equipe multidisciplinare, come invece dovrebbe essere – ragiona la delegata Fp Cgil -. La dislocazione dei vari servizi specialistici afferenti alla ASST (sanitari, sociosanitari e amministrativi) evidenzia la carenza di visione d’insieme. Le attività sono dislocate in ben undici strutture con una frammentazione che obbliga l’utente e l’operatore a spostarsi da una struttura all’altra con dispendio di tempo ed energie ed aumento dei costi, a scapito dell’efficienza ed efficacia dei percorsi o dei processi.

Cosa comporta lavorare in pochi? “Solo nel passaggio dalla ex ASL, a seguito della riforma sanitaria del 2015, l’organico degli assistenti sociali si è ridotto di 4 unità. Ciò significa contrarre e perdere quella funzione che attiva risorse e interventi in rete per una presa in carico del cittadino partecipata e condivisa con gli altri attori territoriali (privati accreditati, comuni, associazioni di volontariato, ecc.). Non è possibile, quindi, realizzare quanto la normativa nazionale e regionale richiedono. Senza considerare che la burocrazia appesantisce il già delicato lavoro di cura di molte colleghe e colleghi. Le educatrici e gli educatori, per fare un altro esempio, – prosegue – non hanno possibilità di conoscersi e confrontarsi in azienda, perché assegnati in servizi diversi, perdendo l’occasione per una crescita, confronto e sviluppo professionale interno. L’assenza, inoltre, di figure chiave di coordinamento nell’ambito sociale ed educativo complica la valorizzazione di queste figure”.