16 Apr 2024
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Messaggio dei sindacati italiani dei lavoratori della sanità ai membri del Comitato COVI – Message from Italian health workers union to the members of the COVI Committee

Funzione Pubblica CGIL Lombardia – EPSU, European Public Service Union

Messaggio dei sindacati italiani dei lavoratori della sanità ai membri del Comitato COVI

#ApplauseIsNotEnough

La Lombardia, considerata tra le regioni italiane con il miglior sistema sanitario e dunque ogni anno attrattiva per migliaia di pazienti dal resto del Paese e del mondo, è stata particolarmente colpita dal Covid-19, come altre regioni del Nord, ma ha anche mostrato la maggiore incapacità di gestione dell’emergenza.

Regione Lombardia ha infatti cercato di gestire l’emergenza sanitaria dando una risposta solamente ospedaliera – più che raddoppiando i posti letto in terapia intensiva – ma senza poter contare su un sistema di sanità territoriale che aveva smantellato da tempo.

Gli ospedali si sono saturati presto e il sistema sanitario, dopo circa 20mila contagi, è andato in tilt.

Il sistema sanitario ha fallito all’urto del virus per la mancanza della rete territoriale, con la me- dicina di base sempre più impoverita e abbandonata nel tempo, per seguire un modello che, negli anni, non solo ha dato sempre più spazio al privato ma si è anche concentrato su ospedali ad alta specialità.

I primi casi di Covid in Lombardia sono scoppiati nel lodigiano, a Codogno. Allo spavento e rinchiudersi iniziale delle persone, segue una reazione opposta a minimizzare la pericolosità della pandemia.

I territori più colpiti all’inizio sono quelli di Lodi, appunto, Bergamo, Cremona, Brescia, Milano. Ma presto l’onda si estende e raggiunge tutta la regione e la supera.

Le delegate e i delegati della Fp Cgil hanno lanciato l’allarme sin dai primi giorni dell’arrivo del virus, mentre, in tutta la prima fase del Covid, Regione Lombardia ha emanato solo qualche direttiva.

Non ha fatto alcun intervento per cercare di limitare la diffusione del contagio, per cercare di testare le persone e separare quelle positive al virus.

Non ha fatto alcun intervento per proteggere chi lavora in prima linea in sanità e nel socio sanitario assistenziale, negli ospedali, nelle case di riposo e nelle strutture residenziali, nei servizi di assistenza domiciliare, tra i medici di base. Le lavoratrici e i lavoratori per parecchio tempo hanno dovuto affrontare l’emergenza sanitaria a mani nude, senza dispositivi di protezione individuale visto che le scorte obbligatore di Dpi mancavano e il piano pandemico regionale non veniva aggiornato da 10 anni.

I medici di base sono stati abbandonati a loro stessi, mentre morivano uno dietro l’altro, senza alcuna indicazione su quali linee adottare per curare tutte le persone positive lasciate a casa per giorni e giorni e settimane, e che poi venivano ricoverate in rianimazione.

Un dramma e una vergogna immensa è stata poi quella che si è consumata nelle case di riposo, ormai quasi tutte privatizzate in Lombardia: ospiti e personale, anche qui, sono stati abbandonati. Le operatrici e gli operatori privi di dispositivi di sicurezza e senza medici in grado di dare indicazioni su come operare. Il contagio inizia a diffondersi tra gli anziani ospiti ma i tamponi non vengono fatti né le persone vengono portate negli ospedali. Così le Rsa all’improvviso si ritrovano ad essere esse stesse degli ospedali, senza averne i mezzi, con pazienti affetti da una patologia ancora in parte sconosciuta e che fa morire.

Nel frattempo, gli ospedali convertono tutti i reparti possibili in reparti di terapia intensiva, con respiratori a ogni presa di corrente disponibile. Ma vengono aperti reparti Covid anche in strutture non idonee e al personale non solo non vengono date direttive specifiche, ma non viene fatta neanche una formazione dedicata.

Le operatrici e gli operatori della sanità hanno dato tutto il possibile in questa terribile fase ma pagando un prezzo troppo alto. Si sono contagiati nell’assistere senza protezioni, o con protezioni inadeguate, i malati Covid, hanno lavorato in turni anche di 12 ore consecutive senza riposi e, a fine turno, si sono isolati in una stanza di casa per evitare di infettare i parenti.

E Regione Lombardia continua a non attivare il monitoraggio dei possibili positivi al Covid. È stato gravissimo, nonostante il Protocollo Salute siglato a Roma, non fare i tamponi a medici, infermieri, tecnici, operatori socio sanitari e ogni altro lavoratore e lavoratrice delle strutture ospedaliere pubbliche e private, Asp, Rsa, inclusi i dipendenti delle cooperative sociali. E nella Lombardia dell’eccellenza i tamponi non sono stati fatti perché mancavano i reagenti. Se a febbraio, a fatica, poteva ancora essere tollerabile la mancata programmazione di acquisti e scorte adeguate, è stato inaccettabile che nella seconda metà di aprile questa regione, traino dell’economia italiana, non sia stata ancora in grado di produrli.

Così, senza adottare una profilassi specifica, senza un’indagine epidemiologica approfondita per individuare tutta la rete possibile di contatti familiari, lavorativi, occasionali, in modo da poter disporre ulteriori misure di quarantena e isolamento domiciliare, il Covid ha dilagato anche tra le lavoratrici e i lavoratori del welfare lombardo. Spezzando le gambe a un sistema già in ginocchio.

L’arrivo di medici e operatori sanitari giunti da paesi esteri, Cuba o Albania per citarne un paio, ha rappresentato senz’altro una boccata d’ossigeno oltre che una benefica solidarietà, ma non è stato sufficiente a colmare il divario tra personale in essere e personale promesso e necessario.

Il sovraccarico di lavoro insostenibile, il diffondersi del contagio e i lutti numerosi anche tra colleghe e colleghi, hanno pesato sempre di più su medici e lavoratrici e lavoratori della sanità, facendo crescere stanchezza fisica, mentale, frustrazione, stress, oltre al dolore per le persone che continuavano a morire, finanche sulle ambulanze in coda per entrare negli ospedali. Facendo crescere il malessere, la rabbia, oltre ai casi di burnout. E sono poche le strutture che hanno attivato un servizio di sostegno psicologico. Lo ha fatto il sindacato, lo ha fatto la Fp Cgil.

Per sopperire alla mancanza di dispositivi di sicurezza, sono stati realizzati espedienti di fortuna: mascherine a striscioline o fatte con gli assorbenti, visiere fatte con le cartelline di plastica traspa- renti, calzari realizzati con i sacchi neri della spazzatura.

Non bastasse, Regione Lombardia è arrivata a deliberare che operatrici e operatori dovevano misurarsi la febbre e autocertificare di non avere preso il Covid, scaricando così su di loro le responsabilità penali di un eventuale contagio. La delibera, dopo il pressing sindacale, è stata poi ritirata. La situazione è diventata ovunque drammatica e spaventosa.

La sanità privata è stata fatta intervenire solo quando Regione ha visto che la sanità pubblica era vicina allo sbando. Alcune tra le più grandi strutture hanno riorganizzato i reparti e raddoppiato i posti letto di terapia intensiva, mentre altre hanno accolto i pazienti che avevano superato la fase acuta.

Dalle lavoratrici e i lavoratori impegnati in prima linea è stata costante la richiesta al sindacato di agire affinché la loro salute venisse salvaguardata e monitorata a tutela della salute di tutte le persone. Loro per primi hanno chiesto di separare, nelle Rsa, i pazienti positivi da quelli non contagiati; di separare, negli ospedali, gli spazi “sporchi” da quelli “puliti”. Di investire nella medicina territoriale per la presa in carico dei pazienti asintomatici o con sintomatologia lieve.

Lavoratrici e lavoratori hanno chiesto aiuto alle organizzazioni sindacali che hanno cercano in tutti i modi di comunicare con Regione Lombardia o con le Ats. Le loro porte, in quella fase, sono rimaste chiuse e, di conseguenza, continue sono state le segnalazioni sindacali ai prefetti.

La lezione della pandemia per la Lombardia e per tutto il Paese è stata durissima e netta: bisogna investire nella sanità pubblica e nel servizio socio sanitario, a partire dalla medicina territoriale e rafforzando la rete tra servizi territoriali e servizi ospedalieri. Occorrono nuove assunzioni e occorre stabilizzare il personale precario. La sanità pubblica e universale, diritto di cittadinanza, va considerata una leva di sviluppo e non una spesa da tagliare.

Crediamo che la sanità universale rappresenti uno dei valori cardinali per l’Unione Europea, per questo è indispensabile un maggior coordinamento e una maggiore integrazione tra i sistemi sanitari dei Paesi dell’Unione per fronteggiare insieme e tempestivamente le future emergenze e, so- prattutto, per continuare a garantire a tutte le cittadine e tutti i cittadini europei il medesimo accesso al diritto fondamentale alla salute, alle cure.

Questo è un breve riassunto di ciò che gli operatori sanitari hanno dovuto affrontare durante il periodo peggiore della pandemia. Ci aspettiamo che il Parlamento europeo ascolti la nostra voce, non nelle strade di Milano ma nel Parlamento!

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Funzione Pubblica CGIL Lombardia – EPSU, European Public Service Union

Message from Italian health workers union to the members of the COVI Committee

#ApplauseIsNotEnough

Lombardy, considered one of the Italian regions with the best healthcare system and therefore an attraction for thousands of patients from the rest of the country and the world every year, was particularly affected by Covid-19, like other northern regions, but it also showed the greatest inability to manage the emergency.

Indeed, the Lombardy Region tried to manage the health emergency by giving a hospital-only response – more than doubling the number of intensive care beds – but without being able to rely on a territorial health system that it had dismantled long ago.

The hospitals soon became saturated and the healthcare system, after some 20,000 infections, went haywire.

The healthcare system failed at the impact of the virus due to the lack of a territorial network, with basic medicine increasingly impoverished and abandoned over time. A model that, over the years, has not only given more and more space to the private sector, but has also concentrated on highly specialised hospitals.

The first cases of Covid in Lombardy broke out in the Lodi area, in Codogno. The initial fright and lockdown of people was followed by an opposite reaction to minimise the danger of the pandemic.

The territories most affected at first are those of Lodi, as mentioned above, Bergamo, Cremona, Brescia and Milan. But soon the wave spreads and reaches the whole region and overtakes it.

The delegates and delegates of the FP CGIL (one of the unions  affiliated to EPSU in Italy that organ ises  in public and  private  health) have been  sounding the  alarm since  the  first days of the  arrival of the virus, while, throughout the first phase of the Covid, the Lombardy Region only issued a few directives. It made no intervention to try to limit the spread of the contagion, to try to test  people and separate those positive to the virus.

It had made no intervention to protect those who work on the front line in health and social welfare, in hospitals, in rest homes and  residential facilities,  in home  care  services, among  general prac- titioners. Workers for a long time  had to face the health emergency with their  bare  hands, without personal protective equipment since the mandatory stock of PPE was lacking and the regional pandemic plan had not been  updated for 10 years.

The GPs were  left to their  own devices, as they died one after the other, without any indication of what lines to take to treat all the positive people left at home  for days and days and weeks, and who were  then  admitted to intensive care.

An immense drama and  disgrace then  took place  in the  care  homes, now almost all privatised in Lombardy:  guests and staff were  totally abandoned. They were  left without safety devices  and with- out doctors able  to give directions on how to manage the situation. The contagion began to spread among  the elderly  residents but swabs are  not done nor are  people taken to hospitals. So the care homes (RSAs for the name in Italian) suddenly find themselves to be hospitals themselves, without having the means, with patients suffering from an as yet partly unknown, life-threatening disease.

Meanwhile,  hospitals convert  all possible wards into intensive care  units,  with respirators at every available outlet. But Covid wards are  also  opened in unsuitable facilities,  and staff are  not only not given specific directives, but they are  also not even given dedicated training.

The health workers gave everything they could during  this terrible phase but paid too high a price. They have become infected in caring  for Covid patients without protection, or with inadequate protection, they have  worked  shifts of up to 12 consecutive hours without  rest and,  at the  end  of the shift, they have isolated themselves in a room at home  to avoid infecting  relatives.

And the Region of Lombardy  continues not to activate the monitoring of possible Covid positives. It was  extremely serious, despite the  Health  Protocol signed in Rome,  not to swab  doctors, nurses, technicians, social and health workers, and every other worker in public and private  hospitals, Hos- pitals,  and care  homes, including  employees of social  cooperatives.

In the Lombardy  ‘of excellence’, the swabs were  not taken because there was a lack of reagents. If in February, with difficulty, it could still be tolerable that  adequate purchases and stocks were  not planned, it was unacceptable that in the second half of April this region, the driving force of the Ital- ian economy, was still unable to produce them.

Thus, without  adopting a specific  prophylaxis, without  an in-depth epidemiological investigation to identify the entire possible network of family, work, and occasional contacts, so that  further quarantine and  home  isolation measures could  be put in place,  Covid spread even among  Lombardy’s welfare workers. Breaking the legs of a system already on its knees.

The arrival of doctors and health workers from foreign countries, Cuba or Albania to name a couple, certainly represented a breath of fresh air as well as beneficial solidarity, but it was not enough to bridge  the gap between the existing  staff and the promised and needed personnel.

The unbearable work overload, the spread of the contagion, and the numerous bereavements, even among  colleagues, weighed  more  and more  heavily on doctors and health workers, causing physical and mental fatigue,  frustration, and stress to grow, as well as the pain of people continuing to die, even in ambulances queuing to enter hospitals. Growing malaise, anger, as well as cases of burnout. Very few are  the organisation that  have activated a psychological support service, the unions  did it!

To make  up for the lack of safety devices,  makeshift expedients have been  made: masks made from strips or tampons, visors made from  transparent  plastic folders, shoes made from  black  rubbish bags.

As if that were not enough, the Region of Lombardy went so far as to rule that workers had to measure their fever and self-certify that they had not taken Covid, thus  offloading onto them  the criminal responsibility of any possible contagion. The resolution, after  union pressure, was later withdrawn. The situation became dramatic and frightening everywhere.

Private healthcare was only brought in when the region saw that public healthcare was close  to collapse. Some of the largest facilities  reorganised their  wards and doubled their  intensive care  beds, while others took in patients who had passed the acute phase.

The frontline workers constantly called  on the trade union to take  action to ensure that  their  health was safeguarded and monitored to protect the health of all people. They first demanded to separate, in the RSAs, the positive patients from the non-infected ones;  to separate, in the hospitals, the ‘dirty’ spaces from the ‘clean’ ones.  To invest in territorial medicine for the care  of asymptomatic patients or those with mild symptoms.

Workers asked for help  from  the  trade unions,  which tried  in every way to communicate with the Lombardy Region or the Ats. Their doors remained closed at that  stage and, as a result, there were continuous trade union reports to the prefects.

The lesson of the pandemic for Lombardy  and for the whole country  was harsh and clear: we need to invest in public health and social  health services, starting with territorial medicine and strength- ening the network between territorial and hospital services. New recruitments are needed, and pre- carious personnel must be stabilised. Public and universal healthcare, a right of citizenship, must be considered a lever of development and not an expense to be cut.

We believe that  universal healthcare represents one of the cardinal values  for the European Union, which is why greater coordination and  integration between the  healthcare systems of the Union’s countries is indispensable in order to face future emergencies together and in a timely manner and, above all, to continue to guarantee all European citizens the same access to the fundamental right to health care.

This is a brief summary  of what health workers went through during the worst  of the pandemic. We expect the European Parliament to hear our voice, not in the streets on Milan but in the hemicycle!

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