27 Mar 2023
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La sanità pubblica in Lombardia ha il privato in pancia

Dalla ricerca commissionata da Fp Cgil Lombardia all’Università degli Studi di Padova, “Il lavoro privato nella sanità pubblica lombarda: le tessere ‘mancanti’ di un puzzle da ricomporre”, un quadro allarmante. La segretaria generale Manuela Vanoli: “Il privato in Lombardia non è composto solo da quel 40% circa dichiarato dalla Regione, perché bisogna tenere conto di tutti gli appalti, dei servizi affidati a terzi, delle attività libero professionali. La nostra rivendicazione per un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione dei precari e la valorizzazione professionale nella sanità pubblica resta la strada giusta e dovrà farsi ancora più forte per evitare quelle strumentalizzazioni sulle carenze di personale che spingono alle privatizzazioni”.

26 gen. 2023 – Nella Lombardia in cui cittadine e cittadini hanno libertà di scelta rispetto a che tipo di sanità rivolgersi, nella Lombardia che ha equiparato la sanità pubblica e la sanità privata, quanto privato ha in corpo la sanità pubblica? Cosa si esternalizza e quanto si recluta dal mercato delle professioni, magari proprio da quelle operatrici e operatori che prima si sono licenziati dal datore pubblico? Se lo è chiesto la Fp Cgil Lombardia, che ha affidato al Dipartimento di Scienze Politiche, Giuridiche e Studi Internazionali dell’Università degli Studi di Padova, nelle persone della Professoressa Maria Stella Righettini e della Dottoressa Monica Ibba, la ricerca “Il lavoro privato nella sanità pubblica lombarda: le tessere ‘mancanti’ di un puzzle da ricomporre”.

Tessere di un sistema sanitario fondato su un modello organizzativo sbagliato, come ha reso lampante la pandemia, perché concentrato sull’ospedalizzazione, soprattutto ad alta specialità, e con la rete dei servizi territoriali indebolita e messa ai margini. Una direttrice sancita dalle leggi regionali 31/1997 e 23/2015, che hanno favorito il sistema privato. E una sua ulteriore espansione potrebbe derivare anche dall’ultima legge di riforma del welfare lombardo, la 22/2021, con la sperimentazione gestionale (vedi, a Lecco, la prima casa della comunità a gestione interamente privata).

Presentata ufficialmente nel corso del XII Congresso della Fp Cgil regionale, l’indagine ha fotografato una realtà che, già denunciata dal sindacato, ha dimensioni allarmanti ed è in movimento continuo. I dati dei servizi pubblici ceduti tramite gare, affidamenti diretti e conferimento di incarichi libero professionali fanno riferimento al 2021 e interessano tutte le 43 istituzioni sanitarie e sociosanitarie lombarde: le 8 Agenzie di tutela della salute (Ats), le 27 Aziende socio-sanitarie territoriali (Asst), le 7 Aziende di servizi alla persona (Asp) e l’Agenzia Regionale di Emergenza Urgenza (Areu).

Il taglio innovativo della ricerca, racconta Manuela Vanoli, segretaria generale Fp Cgil Lombardia, “va oltre la tradizionale distinzione pubblico/privato sulla natura giuridica dell’ente o su meri dati di bilancio e fa capire la visione che muove l’organizzazione del sistema sanitario lombardo a fronte della carenza delle diverse professionalità, della necessità di garantire i livelli essenziali di assistenza o di attuare piani regionali”.

Dai risultati emerge che non si privatizzano solo servizi no core come quelli ausiliari e di supporto (da mensa e pulizie a facchinaggio, logistica e magazzinaggio), ma anche, a livello ospedaliero e territoriale, servizi core come quelli assistenziali, sanitari e sociosanitari, riabilitativi e specialistici, oltre che servizi nevralgici come quelli amministrativi.

Il costo delle esternalizzazioni considerate nel 2021 ammonta a circa 2,5 miliardi di euro, di cui il 5% circa, poco più di 100 milioni, per servizi riservati al Covid-19. ASST e ATS spendono di più esternalizzando i servizi ausiliari, mentre le ASP hanno spese simili per tutti le attività cedute e “l’esternalizzazione dei servizi sanitari e sociosanitari è più estesa rispetto alle altre due tipologie di ente. Le ragioni di questo fenomeno andrebbero ulteriormente indagate” si legge nella ricerca.

Per quanto riguarda la forza lavoro, il personale complessivamente esternalizzato è stimato in circa 12.500 lavoratrici e lavoratori (12,5% dei circa 100.000 operatrici e operatori totali del sistema sanitario e socio sanitario regionale), che salgono a 16.000 in riferimento ad attività Covid.

Il personale impiegato in libera professione è di circa 3.100 persone (3%) che salgono a 5.100 per attività Covid. Tra le figure in libera professione più gettonate per servizi non Covid, ci sono, nelle Asst, oltre 1000 i medici e più di 700 psicologi; nelle Ats, oltre 90 veterinari; nelle Asp, oltre 100 medici, più di 90 infermieri e più di 40 fisioterapisti.

Mentre le lavoratrici e i lavoratori operanti in appalto o affidamento diretto sono circa 3.300, che diventano 4.400 quando legate a prestazioni Covid. “Le figure maggiormente utilizzate – cita il rapporto – sono, nelle ASST, quelle di operatore ausiliario, autista/soccorritore, medico, psicologo, oss, infermiere, amministrativo ed educatore; nelle ATS, quelle di operatore ausiliario, medico veterinario e amministrativo; nelle ASP, le figure di infermiere, medico, oss, asa, operatore ausiliario, fisioterapista e psicologo”.

Ma qual è il portato, in sostanza, di questi dati? “Gli interrogativi sul rapporto pubblico-privato in sanità riguardano l’aumento del rischio di perdita di controllo di alcune funzioni o settori del pubblico servizio, soprattutto in relazione alle esternalizzazioni pluriennali e alla gestione integrata di strutture, determinando di fatto una questione organizzativa derivante dall’impiego, nell’esecuzione di servizi pubblici, di risorse umane che, pur interagendo direttamente con i bisogni dei cittadini, influenzando in tal modo con le proprie azioni l’implementazione delle politiche sanitarie, non afferiscono all’amministrazione sanitaria pubblica – segnala la pubblicazione della Fp Cgil Lombardia e dell’Università di Padova –. A tal proposito, acquista rilevanza l’indagine del fenomeno dal punto di vista delle risorse umane impiegate nel sistema, un’analisi innovativa del tema generale del contracting out, volta a rimarcare che al fenomeno economico si accompagna quello umano, composto di lavoratori e professionalità”.

Netta Manuela Vanoli sul nodo politico e sindacale da sciogliere: “Il privato in Lombardia non è composto solo da quel 40% circa dichiarato dalla Regione, perché bisogna tenere conto di tutti gli appalti, dei servizi affidati a terzi, delle attività libero professionali. La nostra rivendicazione per un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione dei precari e la valorizzazione professionale nella sanità pubblica resta la strada giusta e dovrà farsi ancora più forte per evitare quelle strumentalizzazioni sulle carenze di personale che spingono alle privatizzazioni. Allo stesso modo, dovremo agire per invertire la rotta al rischio, sempre più grande, che venga meno il controllo a funzioni o ambiti del servizio pubblico centrali per l’esigibilità concreta del diritto alla salute costituzionalmente garantito”.

In ragione delle complicazioni a ottenere, da parte di Regione Lombardia e degli enti, informazioni complete, questa ricerca è da considerarsi un lavoro in progress, con una peculiarità scritta nero su bianco nelle sue pagine: “La difficoltà di reperire dati affidabili su tutte le variabili di interesse, accresce il valore del lavoro svolto e facilita il monitoraggio futuro sull’evoluzione del fenomeno del lavoro privato nell’ambito del servizio sanitario regionale”.

Per scaricare la ricerca clicca qui: https://bit.ly/3j4Yq2z