5 Mar 2024
HomePubblicazioneAmministrazione Penitenziaria / Una barca tenuta a galla dal personale

Amministrazione Penitenziaria / Una barca tenuta a galla dal personale

carcere

Intervista a Andrea De Santo, coordinatore regionale Fp Cgil Lombardia per il DAP

4 dic. 2023 – “C’è un principio fondamentale da rimarcare: le lavoratrici e i lavoratori dell’Amministrazione Penitenziaria delle Funzioni Centrali e della Polizia Penitenziaria tengono in piedi, o meglio a galla, attraverso scelte di responsabilità e professionalità, una barca che altrimenti sarebbe già affondata”. Così Andrea De Santo, coordinatore regionale Fp Cgil Lombardia DAP-Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, nonché funzionario giuridico pedagogico alla Casa di reclusione di Milano Opera.

Quali sono i problemi per l’ambito che segui? “Vanno dalle carenze degli organici a condizioni pesanti e frustranti, non solo perché si lavora a forze ridotte. Le mense sono pessime, gli uffici sono spesso inadeguati. Ci lamentiamo non perché vogliamo il parquet ma perché in alcuni uffici ci piove dentro, fa freddo, c’è muffa sui muri. I servizi igienici sono spesso condivisi tra i dipendenti e i numerosissimi operatori e volontari che vengono dall’esterno, e non sempre le condizioni igieniche sono ottimali. La salubrità dei luoghi di lavoro non c’è e le alternative che i responsabili propongono sono in spazi anche peggiori e che peggiorerebbero il funzionamento delle attività, frazionando e disperdendo uffici che devono lavorare insieme. C’è, di fondo, una mancanza di cultura organizzativa da parte dei dirigenti – evidenzia De Santo – e questo va a scapito del benessere del personale. Siamo in uno stato d’abbandono. Per questo allo sciopero dello scorso 17 novembre, nelle tre carceri milanesi, ad esempio, c’è stata una massiccia adesione dei funzionari giuridico-pedagogici. Siamo stanchi. Adesso Basta! – lo slogan dello sciopero di Cgil e Uil – ha ben interpretato lo stato d’animo di chi si è astenuto dal lavoro. Basta con lo scaricare tutto sulle lavoratrici e i lavoratori, a chiederci di fare più cose, di fare ancora di più. Veniamo risucchiati. In tutti i ruoli, anche i funzionari contabili, per citare un altro caso, sono sovraccaricati di missioni in altre sedi, oltre che dei carichi di lavoro ordinari. Chiediamo una gestione e una programmazione che abbiano senso. Questa assenza di senso ci pesa tantissimo – rimarca -. Nel nostro lavoro abbiamo a che fare con persone, per mandato abbiamo la loro presa in carico e ai detenuti bisogna dedicare tempo e attenzione, per delineare e realizzare percorsi che possano avere un impatto concreto sulla loro vita”.

Il sovraffollamento carcerario è un altro tema. “È un classico del sistema penitenziario ma ne va smontato il concetto”.

In che senso? “Il sovraffollamento viene sempre espresso rispetto agli spazi di vita della popolazione detenuta. Quindi un carcere è sovraffollato se all’interno di una camera di pernottamento, come tecnicamente sono chiamate le celle, ci sono tante persone (per norma ogni detenuto dovrebbe avere a disposizione una superficie minima di tre metri quadrati – ndr). Da questo meccanismo se ne esce quando in cella la persona va solo a dormire perché durante il giorno è impegnata in varie attività: anche se la stanza è piccola si è nei termini di legge. Ma poi – prosegue De Santo – c’è una dimensione più strutturale che ci riporta, invece, a un concetto di sovraffollamento per cui il sistema non riesce a offrire opportunità a tutte le persone recluse. Quindi, se parliamo ad esempio di lavoro, le carceri sono sovraffollate perché la turnazione è molto diluita nel tempo per quelli che sono i profili professionali bassi, che sono la maggioranza e in aumento. Questo aspetto è quello meno considerato. Si continua a restare intrappolati nella dimensione spaziale del carcere, vincolati alla richiesta di un carcere più grande. Ma quanti più detenuti accoglie il carcere, tante meno sono le opportunità e gli operatori per persona che avremo. Aggiungo che in una recente intervista, Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà (a fine mandato – ndr), alla domanda se utilizzare, come proposto dal Ministro Nordio, le caserme per scontare le pene brevi, ha risposto che queste non hanno le caratteristiche per ospitare detenuti. Lui il carcere lo conosce bene, e vede che si continua a ragionare di contenitori invece che di progetti, di operatori, di percorsi, di risorse sul territorio”.

C’è anche la questione delle cure sanitarie. “Fondamentale l’adeguatezza delle cure sanitarie all’interno delle carceri. La Fp Cgil e le Rsu dell’ASST Santi Paolo e Carlo (che gestisce le tre carceri milanesi) hanno già avviato una serie di iniziative di denuncia delle condizioni in cui versa l’intervento sanitario negli istituti penitenziari della Lombardia, a partire dal pesante ridimensionamento degli organici, passando per la insufficiente gestione delle procedure standard fino alle condizioni di lavoro inadeguate in termini di spazi e macchinari, che hanno effetti sia sui lavoratori che sui pazienti detenuti. È una iniziativa congiunta delle lavoratrici e dei lavoratori del Sistema sanitario e dell’Amministrazione Penitenziaria che chiede la definizione di livelli essenziali di assistenza anche per i servizi sanitari da mettere a disposizione della popolazione detenuta.

Il Garante esplicita l’impossibilità di percorsi socio-educativi per chi deve scontare una pena breve. “È il nostro cruccio – replica De Santo -. Palma ha ragione, i fine pena brevi sono i più difficili da lavorare; di fronte a un periodo detentivo di uno/due anni, non si riesce a costruire un percorso educativo. Il Dap questo non l’ha ancora capito. Noi metteremmo volentieri queste persone sul territorio ma se nel Centro Sud è il deserto, nell’Italia settentrionale, in parte, ci sono una serie di risorse mal gestite”.

Tipo? “Ad esempio, Regione Lombardia distribuisce a pioggia finanziamenti importanti, dandoli a una miriade di soggetti del Terzo Settore che realizzano attività di reinserimento. Il punto è che per andare a distribuire queste risorse, ogni ente è targhettizzato per una categoria, cioè c’è chi si occupa delle persone straniere, chi dei senza casa, chi delle persone malate, chi dei malati psichiatrici. Ma questa modalità spesso si rivela incapace di affrontare il dato di realtà: i più fragili, quelli che vanno maggiormente sostenuti nella fase di accompagnamento sul territorio, presentano numerose criticità e sfuggono ai criteri di filtro per l’ammissione ai progetti. La persona multiproblematica diventa difficile da collocare nell’ambito dei progetti di reinserimento. C’è, in sostanza, un sistema rigido del territorio e una dispersione di risorse in servizi frammentati, quando servirebbe invece una presa in carico agile, flessibile, non escludente. Abbiamo quindi bisogno di una razionalizzazione. Ti porto un altro esempio, più forte ancora, sulla scuola”.

Racconta. “Negli istituti penitenziari offriamo la formazione per adulti, dalla licenza media al diploma, con tutta una serie di attività. Ti parlo qui, nello specifico, del carcere dove lavoro, Opera. La distribuzione dei docenti è fatta come se fosse una scuola normale e si elaborano le preiscrizioni per poi indicare la stima di studenti (ed è difficile, perché nel carcere c’è chi entra e chi esce) e le risorse da dedicare all’anno scolastico. Le iscrizioni vengono chiuse tra fine ottobre e novembre. Sapendo a monte che c’è un alto tasso di abbandono, per motivi soggettivi, per trasferimenti, o perché, appunto, dal carcere si esce anche. Risultato: a fine settembre la classe è di 15 persone, a metà novembre è di 5 e fuori ci sono un sacco di persone che vorrebbero ottenere la licenzia media ma le iscrizioni sono chiuse, con le classi vuote! Si potrebbe, per queste persone, usare il sistema delle “unità di apprendimento” e dei crediti formativi, in modo da fare loro raggiungere il titolo di studio anche con tempistiche più lunghe, ma dentro un sistema scolastico accogliente e inclusivo. Quando vogliamo ampliare, in modo più flessibile, l’offerta formativa, ci scontriamo con le rigidità del sistema scolastico. Per questo insisto sulla necessità di un intervento e di una razionalizzazione delle risorse”.

Manca una visione di sistema? “La gestione manageriale dei processi non si fonda mai sull’analisi preliminare dei bisogni, delle condizioni, una prefigurazione e una valutazione degli obiettivi. È un mio cavallo di battaglia, questo. Cioè, noi riproduciamo all’infinito un presente. Finché il sistema non crolla, va tutto bene, non c’è una visione progettuale. Il livello di coordinamento del Prap, il Provveditorato regionale dell’Amministrazione Penitenziaria, guarda alla gestione dell’ordinario, si muove in modo tradizionale, non adeguato ai tempi. Così finisce che ogni istituto penitenziario si trova a confrontarsi in modo autonomo, a volte isolato, nella complessa realtà territoriale”.

Un esempio? “Tra agosto e settembre è stata data comunicazione relativa al finanziamento di due progetti. Il primo, sui soggetti fragili, deve però concludersi entro il 15 dicembre. Allora, l’input è positivo ma disfunzionale: ci viene detto, in sostanza, di spendere quei soldi, ma noi vogliamo invece tradurli concretamente in progetti per le persone che abbiano carattere di continuità, che non siano temporanei! L’altro progetto – va avanti De Santo -, rivolto a detenuti stranieri, prevede l’intervento di uno psicologo e di un mediatore culturale. Peccato che i tre mediatori presenti negli elenchi istituzionali indicati non siano sufficiente a coprire le richieste. Quindi stiamo facendo un progetto per la popolazione detenuta straniera senza mediatore… Di cosa stiamo parlando? La gestione e il coordinamento dove stanno?”.

I difetti partono dal manico? “Le risorse non solo bisogna averle ma, ribadisco, bisogna razionalizzarle. Abbiamo bisogno di progetti che abbiano un vero impatto sulle persone che vi partecipano. E, da parte del PRAP, di un coordinamento regionale efficace, che sani il fortissimo effetto dispersione delle singole direzioni degli istituti penitenziari. Sul piano degli organici, anche se i concorsi stanno andando a rattoppare i fabbisogni, permangono le criticità soprattutto sugli istituti periferici. Aspetto sul quale come organizzazione sindacale dovremo confrontarci con l’Amministrazione regionale, per stimolare ad individuare azioni concrete, ad esempio convenzioni che possano, dai trasporti agli affitti, aiutare un po’ le operatrici e i lavoratori per le spese che devono sostenere. Per quanto riguarda – e chiudo – noi funzionari giuridico pedagogici (gli educatori penitenziari), chiedere anche una razionalizzazione della programmazione non è poco. Svolgiamo un lavoro particolare, insieme a chi opera negli Uepe, nei servizi sociali e minorili: abbiamo come mandato la relazione con la persona detenuta”.