16 Jan 2026
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Referendum Giustizia, votare NO riguarda la vita di tutte e tutti

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In gioco l’indipendenza della magistratura e l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge

16 gen. 2026 – Il referendum sulla giustizia non riguarda solo la magistratura ma la vita concreta delle persone e la possibilità di far valere davvero il principio per cui la legge è uguale per tutti.

Il 22 e 23 marzo sono al momento i giorni indicati per la consultazione popolare, anche se non ancora definitivi. Un eventuale slittamento dipenderà dalla decisione del Tar del Lazio, attesa per il 27 gennaio, dopo che è stata respinta la richiesta di sospensione presentata dal Comitato promotore del referendum, che ha sollevato dubbi sulla correttezza delle procedure seguite dal Governo nella scelta della data del voto. In ogni caso, la questione centrale resta un’altra.

Il nodo è come deve funzionare la giustizia in un Paese democratico. Il Governo propone di modificare la Costituzione con un intervento che non affronta i problemi reali del sistema giudiziario e che rischia di indebolirne l’indipendenza. È un punto decisivo: questa riforma non accorcia i tempi dei processi, perché non interviene sulle cause strutturali dei ritardi.

Il perno dell’intervento è la separazione rigida delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Oggi svolgono funzioni diverse, ma appartengono allo stesso ordine della magistratura, che la Costituzione definisce autonomo e indipendente da ogni altro potere dello Stato. Questo assetto garantisce che chi accusa condivida la stessa cultura della legge e delle prove di chi giudica e che il suo lavoro risponda solo alla legge.

La riforma spezza questo equilibrio. Le carriere verrebbero separate in modo definitivo e verrebbero divisi anche gli organi che oggi tutelano l’autonomia della magistratura. Il rischio è che il pubblico ministero diventi più esposto alle priorità della maggioranza governativa di turno. In concreto, le scelte su quali reati indagare e perseguire potrebbero essere influenzate da valutazioni politiche, anziché basarsi esclusivamente sui fatti e sulle norme.

Non è un tema astratto. Riguarda una lavoratrice o un lavoratore licenziati ingiustamente, una famiglia che chiede verità dopo un infortunio sul lavoro, i territori in cui la corruzione sottrae risorse alla sanità, alla scuola, ai servizi pubblici. L’autonomia della giustizia è ciò che permette di intervenire anche quando sono in gioco interessi forti.

Un passaggio decisivo riguarda gli organi di autogoverno della magistratura. Oggi questa funzione è svolta dal Consiglio Superiore della Magistratura, il Csm, che non è un organo politico e non decide i processi: il suo compito è garantire che giudici e pubblici ministeri possano lavorare senza pressioni. Per questo il Csm si occupa di nomine, trasferimenti, carriere e procedimenti disciplinari, cioè delle sanzioni e delle responsabilità professionali. È uno strumento pensato proprio per impedire che chi giudica venga premiato o penalizzato in base a chi governa.

La riforma interviene anche sulla composizione del Csm, sostituendo il sistema elettivo con il sorteggio. Un meccanismo che può apparire neutrale, ma che nella pratica è costruito in modo asimmetrico: i magistrati verrebbero sorteggiati casualmente, mentre i componenti laici (avvocati e professori universitari di materie giuridiche), sarebbero estratti da una lista ristretta decisa dal Parlamento. Il pericolo è un Consiglio più debole, con magistrati privi di un mandato e un peso crescente del potere politico nelle decisioni più delicate.

L’intervento dell’Esecutivo prevede inoltre la divisione del Csm in due organi separati, uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri, e lo spostamento delle funzioni disciplinari a un nuovo organismo, l’Alta Corte. Un assetto che esclude i giudici di merito e concentra il potere disciplinare in un ambito ristretto, riducendo le garanzie di autonomia e aumentando la possibilità di condizionamenti esterni.

“Nel frattempo, i problemi reali della giustizia restano irrisolti. I tribunali funzionano male per la carenza di personale e per la penuria di magistrati, per le mancate risposte alla stabilizzazione del personale precario, per una digitalizzazione incompleta e strutture spesso inadeguate. Cambiare la Costituzione non affronta nessuno di questi nodi che si risolvono invece con assunzioni, stabilizzazioni, investimenti e rispetto per il lavoro pubblico”, afferma Dino Pusceddu, segretario Fp Cgil Lombardia.

Questa revisione costituzionale non è un episodio isolato, bensì si inserisce in una serie di scelte che negli ultimi anni hanno ridotto i controlli sull’esercizio del potere pubblico e ristretto gli spazi di tutela garantiti dall’ordinamento. Meno controlli non significa più libertà, ma un sistema meno equilibrato e meno capace di garantire l’uguaglianza davanti alla legge.

È una preoccupazione condivisa da molte realtà della società civile che difendono la Costituzione come patrimonio comune, tra cui la Cgil, che fa parte del Comitato Società Civile per il NO nel referendum costituzionale.

Votare NO significa affermare che la giustizia deve restare indipendente dalla politica, che chi indaga deve poterlo fare senza ingerenze e che l’efficienza non si costruisce indebolendo i controlli e svuotando la Costituzione.

Diciamo No a questa riforma perché non migliora la giustizia e non tutela i dirittievidenzia Lello Tramparulo, segretario generale Fp Cgil Lombardia -. La giustizia funziona se è indipendente e se ha risorse. Funziona se valorizza il lavoro di chi ogni giorno manda avanti tribunali e uffici giudiziari: personale amministrativo, magistratura, lavoratrici e lavoratori spesso precari e sotto organico. Difendere la Costituzione significa difendere l’uguaglianza delle persone davanti alla legge. Per questo invitiamo cittadine e cittadini a informarsi bene, a votare No e a sostenere questa scelta come atto di responsabilità democratica”.