Signor Presidente della Corte di Appello,
Signor Procuratore Generale,
Signor Ministro della Giustizia,
Rappresentanti delle Istituzioni, della Magistratura e dell’Avvocatura,
Lavoratrici e Lavoratori,
partecipare all’inaugurazione dell’anno giudiziario rappresenta, per chi quotidianamente opera negli uffici giudiziari, un momento di riflessione condivisa sullo stato della giustizia nel nostro Paese e sulle condizioni concrete in cui essa viene amministrata.
È un’occasione fondamentale per misurare la distanza, ancora troppo ampia, tra gli obiettivi dichiarati e la realtà vissuta da lavoratrici, lavoratori e cittadini.
Un “capodanno istituzionale” che quest’anno ci restituisce l’immagine plastica di una giustizia sotto pressione strutturale, sospesa tra successi numerici temporanei e una fragilità sistemica che rischia di esplodere.
Il distretto della Corte d’Appello di Milano è l’epicentro di una crisi di organico che ha superato i livelli di guardia.
La scopertura complessiva del personale amministrativo ha superato il 42%, con punte che nel Tribunale di Milano arrivano al 46%.
Nel comparto magistratuale, la carenza tocca il 22,6% in Corte d’Appello e il 21% nei tribunali del distretto.
Questi numeri non sono mere statistiche: si traducono in servizi che saltano, cancellerie al collasso e in un progressivo indebolimento del diritto dei cittadini a una giustizia effettiva.
Nelle Procure la situazione è emblematica: il caso di Varese, con una carenza che sfiora il 43%, o le sofferenze croniche di Como, Bergamo e Busto Arsizio, dimostrano che il sistema regge solo grazie all’abnegazione dei pochi rimasti.
Un personale, giova ricordarlo, con un’età media superiore ai 55 anni, stanco e spesso demotivato da carichi di lavoro insostenibili.
Ma oggi dobbiamo aggiungere un elemento che rende la fotografia ancora più preoccupante: non è solo una crisi di organico “storica”, è una crisi di tenuta.
Vanno via i giovani, certo, ma non solo: anche lavoratrici e lavoratori con 25 anni di anzianità stanno partecipando ai concorsi di altre amministrazioni o, sempre più spesso, si dimettono anche senza alternative.
È un segnale che non possiamo banalizzare: quando una persona con esperienza, con competenze consolidate e con un patrimonio professionale costruito in decenni decide di andarsene, significa che il sistema non è più percepito come sostenibile né sul piano economico né su quello umano.
È qui che si misura la responsabilità della politica e dell’amministrazione centrale: perché non è possibile continuare a chiedere di resistere a chi già lavora in condizioni indegne, senza offrire prospettive credibili.
La stabilizzazione del personale precario è indispensabile, ma non è sufficiente.
Non si risolve il problema delle carenze di personale con la sola stabilizzazione: sono necessarie ulteriori assunzioni strutturali, programmabili e stabili, in tutte le professionalità oggi scoperte.
Senza un piano pluriennale serio, che tenga insieme reclutamento, formazione e valorizzazione, ogni intervento resterà un tampone.
Nonostante queste carenze, negli ultimi anni si sono registrati miglioramenti misurabili nello smaltimento dell’arretrato, soprattutto nel settore civile.
Tali risultati non sono frutto di riforme a costo zero, ma del contributo decisivo di oltre 11.000 addetti all’Ufficio per il Processo, tecnici e operatori specializzati assunti con i fondi del PNRR.
Siamo però di fronte a un paradosso inaccettabile: mentre questi lavoratori hanno reso possibile il funzionamento del sistema, il loro futuro resta segnato dall’incertezza.
I contratti scadranno nel giugno 2026 e, ad oggi, non esiste un piano di stabilizzazione automatica e completa nei posti in cui lavorano oggi.
Signor Ministro, la stabilizzazione di tutto il personale PNRR non è una scelta politica tra le tante: è una necessità vitale.
Senza di loro, il 1° luglio 2026 assisteremmo al collasso immediato degli uffici e all’annullamento di ogni risultato ottenuto.
Chi tutela i diritti dei cittadini non può essere egli stesso vittima della precarietà.
Ma mentre chiediamo la stabilizzazione e le assunzioni necessarie, dobbiamo dire con nettezza un’altra verità: anche il personale a tempo indeterminato sta scappando.
E lo fa per il caro vita, per l’assenza di politiche di sostegno (in una regione come la Lombardia, dove il costo dell’abitare e dei servizi è tra i più alti), e per condizioni di lavoro che, troppo spesso, non sono degne di una pubblica amministrazione che pretende efficienza e qualità.
Gli stipendi, nel Ministero della Giustizia, restano tra i più bassi del comparto per una combinazione di scelte e di inerzie che hanno congelato le prospettive economiche e di carriera.
E quando mancano prospettive, quando non si costruiscono percorsi professionali reali, quando non si fanno neppure regolari progressioni economiche, il messaggio che arriva a chi lavora è chiaro: qui non c’è futuro.
Per questi motivi il personale scappa dal Ministero rendendolo più povero e inefficiente.
Un capitolo a parte merita la situazione degli immobili.
La giustizia milanese e lombarda soffre di una situazione degli edifici preoccupante.
Edifici che non sono sicuri e non sono funzionali alle moderne esigenze tecnologiche.
Il Palazzo di Giustizia di Milano, pur nel suo valore architettonico, mostra i segni del tempo e di una manutenzione che fatica a stare al passo con le emergenze.
È emblematico il caso del 7° piano, sede della sezione GIP-GUP, dove le ferite dell’incendio del 2020 non sono ancora state del tutto rimarginate, costringendo a dislocazioni temporanee e rallentamenti operativi.
I lavori legati al PNRR per la riqualificazione energetica e la sostituzione degli infissi, pur necessari, stanno avvenendo in un contesto di grave carenza di personale tecnico, generando continui spostamenti di personale e disagi logistici che ricadono sul benessere organizzativo.
In molti tribunali del distretto, come a Busto Arsizio o a Como, gli spazi sono insufficienti e le strutture obsolete rendono difficile persino l’implementazione delle reti informatiche.
Una giustizia moderna non può abitare in stabili che cadono a pezzi o che non garantiscono standard minimi di sicurezza e salute per chi vi lavora.
La modernizzazione deve includere la tecnologia, ma digitalizzare non deve significare complicare.
L’introduzione dell’Applicativo Processo Penale (APP) ha registrato criticità tecniche tali da rendere il sistema largamente inutilizzabile nelle sue fasi iniziali, costringendo a un regime di “doppio binario” (cartaceo e digitale) che ha aumentato, invece che ridurre, il carico di lavoro delle cancellerie già sotto organico.
La digitalizzazione senza formazione seria e senza applicativi stabili diventa un ulteriore fattore di stress e inefficienza.
In questo quadro già compromesso si inserisce il dibattito sulla riforma costituzionale e il referendum sulla separazione delle carriere.
Lo diciamo con forza: questa riforma non interviene sulle vere cause dell’inefficienza.
Non riduce i tempi dei processi, non assume il personale necessario, non mette in sicurezza gli edifici.
Al contrario, rischia di alimentare una narrazione di delegittimazione della magistratura che aggrava le criticità.
Attaccare l’autonomia e l’indipendenza dei magistrati non produce efficienza ma crea un conflitto istituzionale e alimenta la sfiducia dei cittadini.
La giustizia non migliora indebolendo uno dei poteri dello Stato.
Serve invece investire sulla valorizzazione di tutto il personale, rinnovando un contratto nazionale delle Funzioni Centrali che nell’ultimo triennio ha fatto arretrare le condizioni salariali ed il potere d’acquisto delle colleghe e dei colleghi e sottoscrivendo finalmente quel contratto integrativo del Ministero della Giustizia atteso da oltre un decennio.
Per rendere il Ministero della Giustizia nuovamente attrattivo serve coraggio:
serve adeguare i salari al costo della vita,
servono politiche abitative per i dipendenti pubblici,
serve il riconoscimento professionale delle nuove figure tecniche,
serve un piano di progressioni e di sviluppo diffuso, veloce ed efficace.
E serve, soprattutto, un’organizzazione del lavoro che tuteli la dignità, la sicurezza e la salute di chi ogni giorno tiene in piedi il sistema.
I diritti dei cittadini camminano sulle gambe di chi lavora ogni giorno negli uffici giudiziari.
Senza un riconoscimento concreto di questo dato, nessuna riforma potrà produrre gli effetti annunciati.
La Funzione Pubblica CGIL non smetterà di rivendicare dignità, stabilità e sicurezza per tutte le lavoratrici e i lavoratori della giustizia, perché solo attraverso il lavoro di qualità si garantisce una giustizia equa, rapida e davvero all’altezza della nostra Costituzione.
Milano, sabato 31 gennaio 2026
Dino Pusceddu
Segretario Regionale
Funzione Pubblica CGIL Lombardia