Dall’iniziativa della Fp Cgil Lombardia un messaggio netto: nei tribunali mancano persone, mezzi e investimenti. La riforma Nordio non interviene lì. Tocca invece la Costituzione, indebolisce l’autonomia della magistratura e sposta più potere verso l’esecutivo
19 mar. 2026 – Non accelera i processi. Non riduce i tempi della giustizia. Non risolve i problemi di cittadini, lavoratrici, lavoratori e imprese. La riforma Nordio, per come è scritta, non mette mano alle ferite vere del sistema: organici insufficienti, uffici in affanno, precarietà, carenza di strumenti e investimenti. Va altrove. E il punto emerso con nettezza dall’iniziativa promossa dalla Fp Cgil Lombardia alla Camera del Lavoro di Milano, a pochi giorni dal referendum del 22 e 23 marzo, è proprio questo: qui non si sta aggiustando la giustizia, si sta intervenendo sull’equilibrio dei poteri previsto dalla Costituzione. Per questo votare No è una scelta di merito e di democrazia, un atto di resistenza civile.

Al dibattito, moderato da Americo Fimiani, segretario organizzativo della Fp Cgil Lombardia, hanno partecipato il segretario generale della categoria Catello Tramparulo; Guglielmo Leo, ex magistrato e coordinatore del Comitato “Giusto dire No” di Milano; Maria Agostina Cabiddu, costituzionalista e ordinaria di Istituzioni di diritto pubblico al Politecnico di Milano; Dino Pusceddu, segretario della Fp Cgil Lombardia con delega alle Funzioni Centrali; Ettore Zanoni, avvocato penalista del Foro di Milano; Serena Sorrentino, presidente della Commissione Programma Fondamentale della Cgil.
Catello Tramparulo ha portato subito la discussione sul terreno vero. “Siamo Essenziali per Costituzione, rappresentiamo quelle lavoratrici e lavoratori che la Costituzione la rendono viva attraverso i servizi”. Difendere la Carta significa difendere il lavoro pubblico che rende effettivi i diritti. E significa anche dire con chiarezza che siamo di fronte a “una vera e propria deriva”, visto il metodo con cui il governo è arrivato fin qui, cambiando sette articoli della Costituzione con un “testo blindato”, uscito senza modifiche e senza ascoltare le parti. È già qui il primo allarme: si cambia l’architettura costituzionale senza un confronto vero.
Guglielmo Leo ha smontato il perno della riforma. La separazione delle carriere è uno “specchietto per le allodole”. Nei fatti è già fortemente limitata, e per eventuali ritocchi sarebbe bastata una legge ordinaria, senza aprire il cantiere costituzionale. Per l’ex magistrato il punto è che questa riforma non migliora la giustizia: aggiunge costi e burocrazia, portando da uno a tre Csm, con almeno 100 milioni di euro l’anno in più. Mentre negli uffici mancano persone e risorse, si costruisce così un’“elefantiasi burocratica” che non risolve nulla. Per Leo si consuma così anche uno “sfregio” alla Costituzione. Anche il sorteggio, ha avvertito, non è una garanzia ma un meccanismo falsato: per i membri laici è addirittura “clamorosamente finto”, perché si pesca comunque da liste costruite dalla politica. Sullo sfondo c’è poi una nuova leva disciplinare, più pesante e più esposta all’uso politico.

Da sinistra: Dino Pusceddu, Catello Tramparulo, Ettore Zanoni, Americo Fimiani, Guglielmo Leo, Serena Sorrentino, Maria Agostina Cabiddu
La professoressa Maria Agostina Cabiddu ha definito la riforma un “assalto alla Costituzione”. Oltre 1.100 emendamenti accantonati, Parlamento svuotato, referendum confermativo piegato a una logica plebiscitaria. Per la costituzionalista il punto è “l’appropriazione e l’assoggettamento al controllo da parte dell’esecutivo del potere giudiziario”. In questo quadro ha letto anche il nuovo assetto degli organi di governo della magistratura: una struttura più fragile, più frammentata e più esposta al peso della politica. Da qui il rischio di un vero “pacchetto di controllo”, con una minoranza organizzata e coesa in grado di orientarne gli equilibri. E da qui anche la critica all’Alta Corte disciplinare, vista come ritorno alla logica del “tribunale speciale”, proprio ciò che la Costituzione aveva voluto escludere.
Dino Pusceddu ha riportato la discussione agli uffici giudiziari, alle condizioni di lavoro. È lì che la distanza tra narrazione politica e realtà si vede meglio. La riforma Nordio, ha detto, “si colloca prevalentemente sul piano ordinamentale e identitario” e così “finisce per non incidere su ciò che più pesa nella vita reale delle persone e delle imprese”. Nei tribunali lombardi mancano dirigenti, cancellieri, ausiliari, amministrativi. In alcuni uffici le scoperture superano il 40%. “La giustizia soffre di una insufficienza di Stato. Manca Stato nelle piante organiche, manca Stato nella capacità programmatoria… manca Stato nella continuità degli investimenti”, ha evidenziato. Pusceddu ha messo il dito anche nella piaga del personale PNRR: stabilizzare serve, ma se quelle lavoratrici e quei lavoratori vengono usati solo per coprire i buchi preesistenti, “il rischio è che da forza aggiuntiva diventi forza sostitutiva”. Sarebbe il modo perfetto per cancellare in un colpo solo i pochi miglioramenti ottenuti con il Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Ma c’è un altro passaggio decisivo nel suo ragionamento: “Una giustizia troppo lenta non è mai neutrale. È una giustizia che seleziona socialmente”. Chi ha soldi e mezzi può aspettare. Chi non li ha, spesso rinuncia. E allora la vera riforma, per la Fp Cgil, sta da un’altra parte: salari più dignitosi, sedi più salubri e attrattive, stabilizzazione del personale, investimenti continui. La chiusura di Pusceddu è stata paradigmatica: “Una riforma deve essere per le persone. Ma per esserlo deve partire dalle persone”. (Clicca qui per leggere il suo intervento in pdf >>>).
Ettore Zanoni ha puntato il dito sulla delegittimazione della magistratura: colpirne l’autorevolezza significa colpire la credibilità stessa delle sentenze. “Se le decisioni perdono di credibilità noi torniamo indietro, ma di secoli”, ha affermato. E allora non conta più la giustizia della decisione, ma il clima politico intorno a quella decisione. Zanoni ha insistito molto anche sul varco pericoloso che si aprirebbe con un pubblico ministero spinto nell’orbita dell’esecutivo. Le indagini scomode rischierebbero di finire “sotto un coperchio”. Anche per questo l’Alta Corte disciplinare è una clava. “Lo strumento disciplinare è uno strumento che terrorizza”, ha ricordato. Vale per ogni lavoratore, figurarsi per chi deve esercitare una funzione autonoma e delicata come quella giudiziaria.
A chiudere l’iniziativa è stata Serena Sorrentino. “Siccome quando non vai a votare sono gli altri che scelgono per te, sarebbe il caso di motivare le persone ad andare a votare”, ha evidenziato, riportando tutto alla responsabilità del voto e alla “qualità della democrazia”. L’astensione è delega: restare a casa significa lasciare ad altri decisioni che riguardano i diritti di tutti. E qui si decide su un provvedimento che aggredisce una Costituzione nata non “afascista ma antifascista”, quindi con “gli anticorpi al regime totalitario”. La legge Nordio è una “controriforma”, fatta non per far funzionare meglio i tribunali ma per spostare i pesi istituzionali. Anche il metodo, sostiene la dirigente sindacale, già segretaria generale della Fp Cgil, è sbagliato alla radice: “Quando si decidono le regole del gioco è bene che tutti i giocatori siano d’accordo prima, altrimenti c’è un vizio, un difetto, un conflitto di interessi”. Vengono toccati sette articoli della Costituzione senza una larga condivisione, proprio su un terreno che i costituenti avevano blindato dopo il fascismo per impedire nuove concentrazioni di potere.
Sorrentino ha guardato alle priorità della giustizia reale, che “collassa senza il personale”, spostando l’attenzione dai proclami ai bisogni concreti. Toccando anche un drammatico quotidiano. “Nessuno sta parlando della necessità di intervenire in maniera emergenziale nel sistema della giustizia istituendo, ad esempio, la Procura nazionale specializzata sulla sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro, di potenziare l’attività ispettiva e dare strumenti al sistema giudiziario per intervenire su uno dei più grandi mali che attraversano il nostro Paese: i morti sul lavoro. Quella è la giustizia che serve!”, ha detto con tono incalzante.
Chi oggi vuole cambiare tutto sostiene di aspettare da 80 anni, ma Sorrentino ribalta la prospettiva: “La Costituzione ci ha difeso per 80 anni, forse è il caso che noi ci facciamo carico di difenderla”.
Il voto del 22 e 23 marzo serve a fermare un modello autoritario e a rimettere al centro l’agenda sociale. Per questo, la Cgil lo rivendica con determinazione: bisogna votare No.