31 Mar 2026
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Rsa Bergamo, codice rosso: il 75% del personale è pronto a lasciare

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Dall’indagine della Fp Cgil Bergamo emerge una sofferenza strutturale: poco personale, carichi crescenti, salari inadeguati e sempre meno tempo per la relazione. Diego Lodetti: “Il sistema regge perché migliaia di operatrici e operatori scelgono ancora di restare. Ma non si può darlo per scontato”

31 mar. 2026 – Poco personale, troppi carichi, risorse al lumicino: le Residenze sanitarie assistenziali (Rsa) bergamasche sono a un bivio: il corpo ancora resiste, ma i polmoni del sistema sono in affanno. L’indagine presentata al convegno Fp Cgil e Spi territoriali “Intrecci di cura” ha reso evidente come la crisi non sia episodica ma strutturale. Non si tratta di gestire un’emergenza, ma di ripensare il lavoro per non svuotarlo di senso.

Ne parliamo con Diego Lodetti, sindacalista della Fp Cgil orobica.

Come nasce questa indagine?

“Come sindacato raccogliamo segnalazioni ogni giorno. Ad un certo punto abbiamo sentito il bisogno di fissare nero su bianco ciò che ci veniva raccontato nelle assemblee e nei corridoi delle strutture. Da qui è nato un questionario, distribuito alle lavoratrici e ai lavoratori delle Rsa della nostra provincia. Abbiamo raccolto 319 questionari. L’82% arriva da ausiliari socio-assistenziali (Asa) e da operatori socio-sanitari (Oss), spina dorsale di queste strutture. Il resto da infermieri, tecnici della riabilitazione, coordinatrici e coordinatori”.

Che cosa raccontano questi dati?

“Di un livello di sofferenza che, pur conoscendo la situazione, ha fatto riflettere anche noi. Chi ha risposto è in larga parte personale esperto: circa il 75% ha tra i 40 e i 60 anni e l’83% lavora in questo settore da più di cinque anni. Quindi stiamo parlando di persone che questo lavoro lo conoscono fino in fondo. E l’indicazione lapidaria arrivata è il carico di lavoro diventato molto più pesante. Il 96% degli operatori ci dice che oggi è più stressante rispetto a qualche anno fa, soprattutto dopo il Covid. Nella bergamasca la pandemia ha avuto un impatto devastante, sia per il numero di anziani morti sia per il sovraccarico emotivo e psicologico scaricato su chi lavorava nelle strutture – ricorda Lodetti -. Durante il convegno lo si è capito bene anche dall’intervento di una lavoratrice Asa che, ricordando quel periodo, non è riuscita a trattenere le lacrime”.

La carenza di personale quanto impatta?

“Tantissimo. Alla domanda: ritenete che in turno ci siano colleghi sufficienti a garantire la corretta assistenza dell’anziano? L’80% ci ha risposto di no. Questo significa lavorare costantemente sotto pressione e con la sensazione di non riuscire a fare fino in fondo ciò che sarebbe necessario”.

Cosa succede quando i turni hanno delle scoperture?

“Si corre da un ospite all’altro senza avere un momento di respiro. E soprattutto viene meno l’aspetto relazionale della cura. Nelle risposte aperte del questionario c’è chi ci ha detto di sentirsi come in una catena di montaggio. È una frase che dovrebbe far pensare, perché chi sceglie questo lavoro lo fa per stare vicino alle persone, non per svolgere compiti meccanici a ritmo serrato”.

Quindi tante lavoratrici e tanti lavoratori stanno pensando di lasciare?

“Il dato è molto chiaro: il 75% ci dice che pensa spesso o qualche volta di cambiare lavoro. Ed è un dato allarmante, perché riguarda proprio quello che possiamo definire lo ‘zoccolo duro’ delle strutture. Perderlo significherebbe perdere non solo forza lavoro ma esperienza, capacità di tenuta, passaggio di competenze”.

Oltre alla fatica fisica, quanto pesa il fatto di non sentirsi ascoltati?

“Circa il 64% delle lavoratrici e dei lavoratori ci dice di non sentirsi ascoltato. Portano richieste, segnalano problemi, propongono soluzioni, ma spesso non ricevono risposta. Questo crea un senso di isolamento che finisce per gravare quasi quanto la fatica materiale del lavoro. Ed è un aspetto su cui le Rsa potrebbero intervenire anche subito, senza aspettare nuovi finanziamenti o rinnovi contrattuali. Il dialogo con il personale ha un valore enorme”.

C’è un dato che più di altri vi ha colpito?

“Sì. Sei lavoratori su dieci ci dicono che non ricovererebbero un proprio familiare nella struttura in cui lavorano. Non lo dicono per sfiducia verso i colleghi, anzi. Da quello che emerge, l’unico vero collante che tiene ancora insieme il sistema è proprio la solidarietà tra colleghe e colleghi. Lo dicono perché vedono dall’interno quanto tutto sia sotto pressione e quanto si lavori ogni giorno al limite”.

È un problema che le Rsa possono risolvere da sole?

“No, ed è bene dirlo con chiarezza. Le Rsa operano dentro un sistema di finanziamento pubblico che stabilisce i minutaggi minimi di assistenza, le tariffe e quindi anche i margini reali di assunzione. Se quei finanziamenti non crescono, le strutture hanno pochissimo spazio di manovra, per vincoli oggettivi. Per questo come Fp Cgil chiediamo un intervento politico, regionale e nazionale. Regione Lombardia e Governo devono fare la loro parte, perché sono loro che definiscono le regole del gioco”.

In questa crisi quanto conta la questione salariale?

“Moltissimo. Il 92% delle lavoratrici e dei lavoratori ci dice che lo stipendio non è adeguato alle mansioni svolte ogni giorno. Parliamo di un lavoro fisicamente pesante, poco riconosciuto, che richiede competenze e che incide molto anche sulla vita personale, tra turni che cambiano all’ultimo e rientri per coprire le assenze. È legittimo che, alla fine del mese, una persona si chieda se con questo salario e con questo carico valga ancora la pena andare avanti. Ed è anche per questo che il 13 aprile saremo al presidio regionale unitario di Milano e il 17 aprile allo sciopero nazionale: perché un sistema che non rinnova i contratti, non riconosce i salari e ignora il valore del lavoro di cura non sta risparmiando, sta solo distruggendo sé stesso scaricando tutto il peso su chi, ogni giorno, tiene in piedi quelle strutture, e nessuna struttura regge a lungo se le sue fondamenta vengono abbandonate”.

E tutto questo che ricaduta ha sugli anziani e sulle famiglie?

“Se il finanziamento pubblico non aumenta, le Rsa probabilmente scaricheranno i costi aggiuntivi sulle rette. E qui a Bergamo parliamo già oggi, nel sistema privato non accreditato, di rette tra i 3.000 e i 4.000 euro al mese. Sono cifre che molte famiglie reggono a fatica, spesso usando i risparmi di una vita o chiedendo aiuto ai figli. Se le rette continuano a salire, le Rsa smettono di essere un diritto e diventano un lusso. E non è welfare un sistema di cura accessibile solo a chi ha i soldi per pagarlo, è il suo contrario. Non include, non protegge, non garantisce, esclude, seleziona, abbandona: proprio chi è più fragile, lasciato solo nel momento in cui avrebbe più bisogno di essere sostenuto”.

Quali scelte urgenti servono?

Serve che la politica si sieda a un tavolo con le organizzazioni sindacali e con le Rsa, affrontando questa situazione con serietà. Stiamo chiedendo un investimento strutturale nel welfare per gli anziani, che si traduca in più organici, più tempo per assistere le persone in modo adeguato, salari giusti e condizioni capaci di motivare chi questo lavoro lo fa già e chi potrebbe sceglierlo domani. Noi come Fp Cgil siamo pronti a fare la nostra parte, fino in fondo e senza riserve: nella contrattazione, nella gestione degli orari e dei turni, e nel dare finalmente un riconoscimento concreto alle competenze di chi quotidianamente si prende cura degli altri. Ma da soli non si va da nessuna parte”, chiude Lodetti.