Dietro le chiusure festive c’è una vertenza aperta su organici, condizioni di lavoro e modello di gestione dei luoghi della cultura pubblica
3 apr. 2026 – Può un luogo pubblico restare fedele alla sua funzione se chi ci lavora viene ignorato e gli accordi sindacali vengono svuotati? Che cosa succede quando, a Pasquetta e al 1° Maggio, a fermarsi sono proprio i luoghi della cultura pubblica?
La risposta sta nella vertenza aperta alla Grande Brera. Nei giorni scorsi, le Rappresentanze sindacali unitarie e le organizzazioni sindacali hanno annunciato che non firmeranno gli accordi per le aperture festive. Una scelta che nasce dal mancato ascolto delle lavoratrici e dei lavoratori, dall’atto unilaterale del direttore sull’estensione delle aperture pur in presenza di organici insufficienti e da una gestione che, per Fp Cgil e Uil Pa, ha trovato nel caso Braidense un punto di rottura.
Alberto Motta, segretario generale della Fp Cgil Milano, lo ha detto senza mezzi termini: “Chiediamo rispetto per gli accordi sindacali, per le lavoratrici e i lavoratori che garantiscono con sacrificio la fruizione pubblica dei luoghi della cultura ma che sono ormai stremati dai carichi di lavoro eccessivi e dalle incertezze sulle future condizioni di lavoro”.
Accanto alla condizione del personale interno c’è quella di chi lavora in appalto. Il rischio è che il sistema dei beni culturali, invece di investire su organici e assunzioni, continui ad allargare esternalizzazioni e precarietà, con effetti diretti sulle tutele del lavoro e sulla qualità della gestione pubblica di questi spazi fondamentali.
Approfondiamo la vertenza sindacale con Pietro Scalzo, coordinatore regionale Fp Cgil Lombardia per il Ministero della Cultura, delegato, dipendente della Biblioteca Nazionale Braidense.
Perché siete arrivati a una scelta così netta sulle aperture festive di Pasquetta e del 1° maggio?
“Il tema non sono le festività in sé. Il punto è che si continua a estendere l’apertura dei musei senza affrontare davvero la carenza di personale. Le lavoratrici e i lavoratori che ogni giorno garantiscono la fruizione del patrimonio vengono caricati costantemente di ulteriori responsabilità, con sacrifici pesanti che troppo spesso restano sullo sfondo. Oggi la Grande Brera comprende Pinacoteca di Brera, Biblioteca Nazionale Braidense, Cenacolo Vinciano e Palazzo Citterio. Nel complesso, l’organico della cosiddetta ‘vigilanza’, considerando tutti gli istituti e al netto dei pensionamenti, è di poco inferiore alle 120 unità, con una carenza di poco sotto le 50, in alcun modo sanata dalla riorganizzazione a costo zero recentemente proposta dal Ministero. È evidente che, se si vogliono programmare aperture straordinarie, gli organici devono essere rafforzati in modo serio”.
Che messaggio volete dare a cittadine, cittadini e visitatori che troveranno i musei chiusi in quelle giornate?
“Vogliamo dire con chiarezza che questa scelta non è contro il pubblico. Al contrario, nasce proprio dall’idea che i luoghi della cultura vadano difesi come beni comuni, accessibili e rispettati. Se oggi come lavoratori e lavoratrici prendiamo questa decisione è perché vediamo ogni giorno il rischio di uno scarto sempre più evidente tra la missione pubblica di questi spazi e il modo in cui vengono gestiti. Ribadisco – sottolinea Scalzo -, il punto è il modello: se i luoghi della cultura debbano restare spazi pubblici fondati su tutela, accesso e lavoro qualificato, oppure limitarsi a semplici logiche di mercato e profitto. Noi pensiamo che la direzione sia più equilibrio tra fruizione e tutela, più rispetto, anche per chi lavora”.
Quali sono gli accordi sindacali che non vengono rispettati?
“Per spiegarlo bisogna ricordare che da ormai un anno le lavoratrici e i lavoratori di Brera garantiscono l’apertura della sede museale di Palazzo Citterio nei pomeriggi dal giovedì alla domenica grazie ad un accordo ponte. Tale accordo subordinava qualsiasi estensione degli orari di apertura al pubblico all’assunzione di nuove unità tramite concorso. A oggi, le date per lo svolgimento delle prove sono ancora un miraggio ma, nonostante ciò, si è scelto di percorrere la strada dell’apertura a pieno regime pur senza l’accordo delle rappresentanze sindacali”.
Quanto ha pesato il caso della Biblioteca Braidense dentro questa vertenza?
“La lezione di fitness nella Sala Teresiana del 25 marzo scorso non è che l’ulteriore segnale di un approccio che considera luoghi nati e pensati per lo studio, la conservazione, la tutela del patrimonio librario e per il raggiungimento delle pubblica felicità (parafrasando l’imperatrice Maria Teresa, fondatrice dell’istituto) solo alla luce del potenziale guadagno economico che può derivare dallo sfruttamento della loro immagine”, evidenzia Scalzo.
Cosa non va nell’idea di “valorizzazione” proposta dalla direzione?
“La valorizzazione ha senso se resta coerente con la funzione pubblica dei luoghi, con la tutela del patrimonio e con il lavoro delle professionalità che li tengono in piedi ogni giorno. Usare, invece, uno spazio culturale usato in modo privatistico e farne una vetrina per pochi fa saltare quella coerenza e l’identità stessa di un’istituzione pubblica”.
Riassumiamo le rivendicazioni sindacali?
“Chiediamo che il personale venga coinvolto nella definizione dei criteri con cui vengono autorizzati gli eventi all’interno degli istituti, chiarezza sui loro effetti organizzativi, rispetto degli accordi sindacali e un confronto reale con le rappresentanze delle lavoratrici e dei lavoratori. A monte, una visione di vera tutela e cura del patrimonio culturale, e quindi: investimenti, organici stabili e in numero adeguato, condizioni di lavoro sostenibili”.