La denuncia della Fp Cgil Lombardia con il coordinatore Michele Giacalone e il segretario Dino Pusceddu: carenze di organico, mezzi fermi e lavoro usurante non riconosciuto mettono a rischio la tutela delle persone. L’azione responsabile dei Vigili del Fuoco diventa l’alibi per non investire
5 feb. 2026 – In Italia il soccorso pubblico vive un paradosso ormai consolidato. Si celebra l’eroismo dei Vigili del Fuoco, ma si lavora con organici ridotti, mezzi fermi e turni che si allungano oltre il limite della sostenibilità. In altre parole, l’applauso sostituisce gli investimenti.
In Lombardia quella che vivono le lavoratrici e i lavoratori del Corpo non è una fase critica passeggera. Nei comandi provinciali il soccorso pubblico regge su un equilibrio sempre più fragile. Non si tratta di un’emergenza temporanea, ma di una condizione cronica, determinata da scelte assunte dal Dipartimento dei Vigili del Fuoco del Ministero dell’Interno e dal Governo.
Ne parliamo con Michele Giacalone, coordinatore dei Vigili del Fuoco della Fp Cgil Lombardia.
Da tempo denunciate una sofferenza radicata. Qual è la situazione?
“Lavoriamo sotto organico in modo cronico. Le squadre sono ridotte, lo straordinario è diventato la regola e molti mezzi restano fermi per mancanza di manutenzione e risorse. Per le Olimpiadi Invernali le risorse si trovano, non per il servizio quotidiano ed essenziale che svolgiamo. I comandi provinciali lavorano in affanno mentre si firmano protocolli. Il personale operativo è sottoposto a richiami continui, turni prolungati, carichi fisici e mentali crescenti. Parliamo di un lavoro usurante che non viene riconosciuto come tale: non abbiamo copertura Inail per i rischi che affrontiamo e lo straordinario viene pagato circa quindici euro lordi l’ora. La sproporzione tra rischio e riconoscimento è evidente”.
Ci sono circa mille Vigili del Fuoco già formati che attendono la stabilizzazione. Perché restano fuori?
“È una contraddizione senza spiegazioni razionali. Sono persone già operative, immediatamente impiegabili. Tenerle fuori significa spremere chi è già allo stremo invece di rafforzare il sistema. Non è risparmio, è miopia”.
Oltre agli organici e ai mezzi, emergono criticità sulla sicurezza del personale. In che condizioni si lavora oggi?
“In diversi comandi registriamo carenze di dispositivi di protezione individuale. Non sono dettagli, ma strumenti fondamentali. Mandare personale operativo al soccorso senza dotazioni adeguate significa esporre lavoratrici e lavoratori a rischi evitabili. La sicurezza sul lavoro non può essere una concessione, è un obbligo”.
Dal 2027 è previsto anche l’innalzamento dei requisiti pensionistici.
“Senza un piano straordinario di assunzioni e stabilizzazioni l’impatto sarà pesantissimo. Si chiede a personale usurato di restare più a lungo senza tutele adeguate. È un ulteriore aggravamento di una carenza non contingente”.
Rispetto alla riforma dell’ordinamento e delle carriere del Corpo: rafforza davvero il soccorso pubblico?
“Così com’è, no. Interviene sulle carriere senza partire dal soccorso. Aumenta i livelli dirigenziali e introduce nuovi vincoli, ma non risolve la carenza di personale operativo né valorizza chi lavora negli interventi. Si chiede flessibilità ai lavoratori senza offrire prospettive. Senza organici, mezzi e tutele, il riordino resta un esercizio burocratico che non migliora la sicurezza delle persone”.
Le condizioni descritte da Giacalone sono il risultato di scelte che da anni rinviano interventi di fondo e scaricano sui territori e sul personale una gestione emergenziale permanente. Ma la questione va oltre le condizioni di lavoro: riguarda il modello di sicurezza che il Paese sta scegliendo. Meno presidi sul territorio e tempi di intervento più lunghi hanno ricadute dirette sulla capacità di intervento nei momenti di emergenza.
“Quando si parla di Vigili del Fuoco si continua a ragionare come se il soccorso fosse una spesa comprimibile e non una funzione costituzionale. È qui l’errore di fondo – afferma Dino Pusceddu, segretario della Fp Cgil Lombardia -. Senza organici adeguati, mezzi efficienti e tutele per chi opera ogni giorno, lo Stato indebolisce sé stesso. Non è una rivendicazione di categoria, ma una scelta che incide sulla protezione collettiva. Il cittadino ne paga il prezzo quando chiama aiuto e il soccorso arriva più tardi o in condizioni peggiori. È una responsabilità politica precisa. E come Fp Cgil continueremo a denunciarla e a contrastarla, perché investire nel soccorso pubblico è una garanzia per tutte e tutti”.