15 Jul 2026
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Sanità privata bresciana: grandi profitti, contratti fermi e diritti diseguali

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Intervista a Nadia Lazzaroni, segretaria generale Fp Cgil Brescia

conferenza stampa sanità privata brescia15 lug. 2026 – Dopo la conferenza stampa unitaria di ieri, convocata dalle categorie bresciane di Cgil Cisl Uil della Funzione Pubblica per denunciare il profondo squilibrio tra i profitti degli operatori sanitari privati convenzionati e i diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, facciamo il punto con Nadia Lazzaroni, segretaria generale della Fp Cgil Brescia.

La mobilitazione nasce da un dato di fatto: una parte rilevante della sanità bresciana è gestita da soggetti privati accreditati, ma finanziata con risorse pubbliche. Per questo la vertenza non riguarda solo chi lavora nelle strutture: riguarda anche chi si cura, la qualità dell’assistenza, l’uso del denaro pubblico.

Intanto, ricordiamo cos’è la sanità privata accreditata?

“Sono tutte quelle strutture sanitarie che, pur essendo di proprietà privata, lavorano per conto dello Stato. A Brescia sono giganti: gestiscono il 42% dei posti letto totali, tra acuti e riabilitazione, cioè quasi uno su due. Il punto fondamentale è che sono pagate interamente con le tasse delle cittadine e dei cittadini bresciani attraverso il Fondo Sanitario Regionale: un giro d’affari di oltre 380 milioni di euro l’anno. Quando si entra in queste cliniche, non è il privato che cura gratis ma la collettività che sta pagando quel servizio”.

Siamo di fronte, appunto, a dei giganti. Quali sono?

“Bisogna fare i nomi perché i bresciani, da contribuenti, sappiano dove vanno i loro soldi. C’è il Gruppo San Donato (Città di Brescia, Sant’Anna, San Rocco) che ha escluso la possibilità di redistribuire quote di valore al personale. C’è la Fondazione Poliambulanza, realtà non-profit ma pienamente interna al sistema privato accreditato, che gestisce 1.400 dipendenti e ingloba altre strutture come il San Camillo. E poi ci sono centri di riabilitazione come Maugeri o Camplani. Questi colossi gestiscono oltre 2.000 posti letto (su circa 4.800 complessivi nel territorio ATS) con un volume d’affari superiore a 380 milioni di euro l’anno, tutti soldi pubblici”.

La spesa per il personale è il nodo economico della vostra vertenza. Perché?

“In un ospedale pubblico, la spesa per il personale supera il 62% del bilancio. Nelle cliniche private si ferma attorno al 48-50%. La differenza è tutto margine che le aziende si tengono in tasca invece di pagare e riconoscere professionalmente chi cura. È così che si ottengono quei margini di guadagno (EBITDA) stellari del 12-16%. Stanno costruendo imperi, acquisendo strutture e ampliando l’offerta. Ma troppo spesso lo fanno risparmiando sugli stipendi delle lavoratrici e dei lavoratori”.

striscione fp cgil brescia contratti sanità scadutiCome fanno a spendere così poco per chi lavora nella sanità privata?

“Usano tre strumenti principali. Il primo è il blocco del contratto nazionale, fermo alla vigenza 2016-2018, dopo il rinnovo sottoscritto nel 2020 a contratto già scaduto. Il secondo è il dumping contrattuale: come ho già detto i salari dei dipendenti della sanità privata sono più bassi rispetto a quelli di colleghe e colleghi del pubblico. Il terzo è l’esternalizzazione selvaggia: si danno i servizi (pulizie, ma anche attività infermieristiche e OSS) in appalto a cooperative o ditte esterne con contratti che pagano anche il 30% in meno rispetto ai contratti standard. Il lavoro viene coriandolizzato – evidenzia Lazzaroni -. Ma se spendi poco per il personale, le lavoratrici e i lavoratori scappano: nel nostro territorio abbiamo avuto una fuga di massa del 18% dei professionisti qualificati negli ultimi due anni. Per coprire i buchi, le aziende chiamano i gettonisti (professionisti pagati a giornata) o reclutano personale extra UE senza adeguate verifiche linguistiche. Questo frantuma l’équipe. E se chi ti cura cambia ogni giorno e non conosce i colleghi o il reparto, la sicurezza del paziente è messa a rischio”.

C’è anche il tema delle indennità negate, a partire dal pronto soccorso.

“Sì, ed è un esempio chiarissimo di doppio standard. Nei pronto soccorso delle strutture private accreditate si lavora con funzioni, carichi e responsabilità comparabili a quelli del pubblico, ma l’indennità riconosciuta nel pubblico viene negata. È lo stesso schema: stesso servizio per il cittadino, stessi fondi pubblici, ma diritti diversi per chi lavora”.

volantino unitario: lettera aperta ai cittadiniC’è chi dice che tagliare i costi del personale è necessario per l’efficienza delle aziende.

“Qui parliamo di salute, non di bulloni. La Legge 833 del 1978, la nostra bussola, dice che la sanità è un diritto, non una merce. Se risparmi sul personale, stai smantellando la qualità della cura. Inoltre, c’è un dramma sociale: chi lavora oggi con stipendi da fame sarà un pensionato povero domani, perché versa meno contributi. È inaccettabile che i colossi della sanità usino i rimborsi pubblici (DRG) per comprare nuovi ospedali o fare investimenti finanziari invece di pagare dignitosamente chi sta in corsia. La Legge 833 ha istituito il Servizio sanitario nazionale sulla base dell’universalità del diritto alla salute. Se quel principio viene piegato alla sola logica della prestazione remunerativa, il sistema cambia natura: non prende più in carico le persone, seleziona ciò che conviene”.

Perché portate l’esempio della salute mentale per criticare il sistema dei rimborsi?

“È la prova del nove. Il privato sceglie soprattutto le prestazioni e i percorsi meglio remunerati dal sistema tariffario, come alcuni interventi chirurgici, la diagnostica e la riabilitazione ad alta intensità. La salute mentale, invece, richiede tempo, ascolto, continuità, équipe stabili e percorsi lunghi. Non si impacchetta in una tariffa semplice. Così resta sulle spalle di un servizio pubblico già in affanno. È qui che la sanità rischia di diventare un supermercato delle prestazioni: si offre ciò che rende, non sempre ciò che serve”.

Come Fp Cgil sottolineate che questa è anche una battaglia di genere e di futuro. Perché?

“Il lavoro di cura è a forte presenza femminile. Questo sistema alimenta un gap salariale inaccettabile e crea una precarietà strutturale che colpisce soprattutto le donne. Ma c’è di più: lavorare poveri oggi significa andare in pensione poveri domani. Se oggi ti nego il rinnovo e ti tengo lo stipendio basso, sto distruggendo anche la tua futura pensione. È un attacco alla dignità della persona che va ben oltre il turno in ospedale”.

striscione fp cgil brescia chi lavora per la salute è valore pubblicoQual è la richiesta sindacale per risolvere il divario tra sanità privata e sanità pubblica?

“Chiediamo un vincolo ferreo: stesso lavoro, stesso salario, stesso contratto. Lo Stato e Regione Lombardia non devono più dare soldi (l’accreditamento) a strutture che non rispettano i contratti o che fanno profitti tagliando sulla pelle delle lavoratrici e dei lavoratori. Il finanziamento pubblico deve servire a curare i cittadini, non ad alimentare i dividendi delle holding della salute. Chi riceve soldi pubblici – incalza Lazzaroni – deve rispettare regole pubbliche. Non si può essere pubblici quando si incassano i rimborsi e privati quando si tratta di riconoscere salari, diritti e contratti. L’accreditamento deve essere legato al rispetto dei contratti nazionali firmati dalle organizzazioni maggiormente rappresentative, alla qualità del lavoro e alla trasparenza nell’uso delle risorse. Lo ribadiremo al presidio nazionale unitario a Roma del prossimo 24 luglio. Chiediamo ad AIOP e ARIS di assumersi le proprie responsabilità e di aprire immediatamente il confronto per il rinnovo dei contratti della Sanità privata e delle Rsa. Chiediamo al Ministero della Salute e a Regione Lombardia di esercitare fino in fondo il proprio ruolo di indirizzo e garanzia: nessuna struttura che opera grazie a finanziamenti pubblici deve poter fondare il proprio equilibrio economico sul mancato rinnovo contrattuale”.

Il Decreto Primo Maggio rappresenta, per il settore e Rsa incluse, a vostro giudizio, un tradimento?

“Sì, un tradimento politico e sociale consumato con freddezza tecnica. Il Governo ha trasformato uno strumento di dignità in un atto di esclusione: con l’articolo 10 di quel decreto, ha migliorato la protezione contro l’inflazione per quasi tutti i lavoratori in attesa di contratto, portando l’anticipo in busta paga (l’indice IPCA) dal 30% al 50% e riducendo l’attesa a soli 9 mesi. Tuttavia, nel silenzio della conversione in legge, è stata inserita una clausola specifica per sbarrare la porta in faccia proprio a chi opera nella sanità privata e nelle Rsa. Cioè, lo Stato riconosce che il carovita morde, ma non tutti meritano protezione. È un segnale devastante che dice a queste lavoratrici e lavoratori: il vostro lavoro vale meno”.

Questa vertenza si collega anche alle proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla Cgil?

“Sì. La vertenza bresciana si tiene dentro una battaglia più larga della Cgil: cambiare le regole che oggi permettono di finanziare servizi pubblici comprimendo il lavoro. La proposta di legge sulla sanità punta a rafforzare il Servizio sanitario nazionale, a garantire un finanziamento pubblico adeguato, mai sotto il 7,5% del Pil, e a riportare al centro prevenzione, medicina territoriale e presa in carico delle persone. È il cuore della Legge 833: la salute come diritto universale, non come somma di prestazioni da rimborsare. La proposta sugli appalti interviene sull’altro nodo decisivo: fermare il dumping contrattuale. Dove c’è denaro pubblico, deve valere la regola che per uno stesso lavoro ci devono essere stesso salario e stesso contratto. Questo riguarda le corsie, le Rsa, i servizi esternalizzati, tutte le filiere della cura”.