30 Nov 2021
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Barche diverse ma stesso mare

Oggi video assemblea congiunta tra categorie Cgil con le lavoratrici e i lavoratori del Sireg “Essere donna al tempo del Covid”

30 nov. – Quanto pesi di più “essere donna (anche) al tempo del Covid” è stato evidenziato alla video assemblea organizzata oggi dalle categorie della Cgil delle lavoratrici e lavoratori del sistema degli enti di Regione Lombardia. Un’iniziativa pensata nell’ambito della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne e realizzata in modo congiunto già l’anno scorso, e che dopo “12 mesi trova un mondo diverso. Ma il distanziamento fisico non deve mai divenire distanziamento sociale – sostiene Lucilla Pirovano, coordinatrice dell’assemblea e della Fp Cgil Lombardia -. Le crisi non fanno che acuire i problemi ed emergere le disuguaglianze. Non siamo sulla stessa barca ma sullo stesso mare. Nessuno si salva da solo o da sola, bisogna stare insieme, unendo le forze” aggiunge, riferendosi anche ai diversi tipi di contratto nel Sireg e trovando lo spunto per ricordare lo sciopero del 9 dicembre del pubblico impiego.

Elena Bettoni, responsabile Centro Donna Cgil Milano, interviene sul costo sociale pagato dalle donne sotto la pandemia. La sindacalista segnala il ribaltone, in Lombardia, da un 2019 con occupazionale femminile a saldo positivo a un 2020 che espelle le donne dal mercato del lavoro tra casse integrazioni e dimissioni per avere la Naspi o dopo aver partorito. Non solo. È aumentata la violenza domestica, con il lockdown che ha trasformato “troppe case in prigione”. Per Bettoni occorrono “azioni di sistema” su occupazione femminile, parità, gap salariale. Come ha fatto la Cgil con le proposte contenute nella piattaforma “Belle Ciao. Tutte insieme vogliamo tutto”, per cui “la contrattazione di genere deve avere centralità ai tavoli di trattativa, per migliorare le nostre condizioni”.

L’avvocata Annalisa Rosiello (Studio Legale Rosiello) ha affrontato il tema del lavoro agile. Per legge è considerato uno strumento di conciliazione ma la pandemia ha mostrato da un lato che per le lavoratrici “non è stato così”, aumentando lo stress lavoro correlato con il carico delle “mille altre cose da fare” tra scuole e centri diurni disabili chiusi, dall’altro che di questo strumento se ne è fatta solo una sperimentazione e va migliorato. Lo smart working va disciplinato, a partire dalla reperibilità e il diritto alla disconnessione. Intanto “il sindacato, anche senza una precisa norma, può fare tanto” con la contrattazione, soprattutto quella integrativa. Rosiello rimarca l’importanza della formazione inclusiva su digital e soft skills e richiama la possibilità del fondo nuove competenze istituito dal governo. “Il sindacato qui ci deve stare” esorta. Vanno anche implementati i criteri di precedenza per l’accesso al lavoro agile delle figure più svantaggiate, presidiate le situazioni disfunzionali e innovati i sistemi premianti.

Di alcuni casi di violenza domestica sotto lockdown ha raccontato Silvia Terrana, commissaria della polizia locale di Milano, responsabile dell’unità di tutela donne e minori. Il nucleo di polizia giudiziaria apre in un anno 350 fascicoli ma in questo 2020 finora ne sono stati aperti 290 per la netta diminuzione delle denunce. “Il lockdown non ha aiutato” sostiene Terrana, spiegando poi che “il reato di maltrattamento in famiglia è molto ampio e difficile da riconoscere, può essere confuso con il conflitto che presuppone una parità tra due soggetti litiganti”. Ma parità tra i sessi ancora non è e lo “svilimento” della donna, i maltrattamenti che includono – va ribadito – anche quelli di tipo economico e sociale sono “reati trasversali” che toccano tutte le categorie sociali, sia da parte delle vittime che dei carnefici.

Il Covid, ricapitolando, ha fatto aumentare i divari di genere e messo in evidenza il ruolo più fragile delle donne nel mondo del lavoro. Come spiega l’avvocata Francesca Garisto (Studio Legale Lexa), vicepresidente del Cadmi, sotto il primo lockdown le donne sono state più svantaggiate rispetto agli uomini. Da uno studio delle Università di Milano e Torino si è visto che se un terzo tra lavoratrici e lavoratori è stato a casa, in smart working o in cassa integrazione, con l’80% delle incombenze domestiche sulle spalle delle donne. A monte c’è un altro dato. Secondo un’indagine Istat del 2016 le donne vittima di ricatti in ambito lavorativo sono 1 milione e mezzo. “Ma i ricatti sono vissuti in silenzio, solo lo 0,7% ha denunciato. C’è un sommerso enorme, nell’ambito della violenza di genere, negli ambienti di lavoro” afferma la penalista. Auspicando che venga approvata anche dal Senato la proposta di legge di ratifica della Convenzione Ilo per eliminare violenza e molestie sul luogo di lavoro. “Se la Convenzione sarà ratificata, questo sommerso non sarà più tale e le donne saranno maggiormente libere di denunciare perché il loro posto di lavoro sarà protetto”.

I dati, non solo nazionali ma anche a livello europeo, dicono che sotto il Covid da un lato sono aumentate le richieste di aiuto contro la violenza da parte delle donne (anche on line dove ne viaggia tantissima) dall’altro sono calate le denunce. Si ha la “sensazione che le donne chiedano aiuti per sopravvivere alla violenza ma non per uscirne perché non si fidano di cosa sarà il futuro. Le domande sul futuro sono tante”. Due sportelli – oltre a quello antiviolenza classico, quello sulla violenza economica e finanziaria – sono stati attivati dallaFondazione Pangea-Rete Reama, come spiega la vicepresidente Simona Lanzoni all’assemblea. La pandemia ha esasperato quello che è un problema culturale dell’umanità, cioè il patriarcato a base della violenza a tutto campo (fisica, sessuale, psicologica, economica, sociale) sulle donne. “Bisogna lavorare sugli uomini e bisogna lavorare sulle donne” sottolinea Lanzoni, richiamando all’importanza di “non lasciare nessuna nel limbo delle indecisioni, altrimenti siamo conniventi”. Sbagliato dunque, escludere dalle informazioni, come è stato fatto dall’arrivo del virus, le donne migranti: devono saperlo, perché tradotto in più lingue, che ci sono strumenti in loro aiuto, vedi il numero telefonico 1522. Ed è assolutamente sbagliata e dunque da rivedere la modalità comunicativa dei mass media in cui permane “uno zoccolo culturale che scusa la violenza e la permette”. Non ci sono scusanti: “uccidere una donna è un reato”. (ta)