6 Dec 2021
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Una funzione paritaria da affermare, oltre l’immaginario

Ieri l’assemblea delle donne Fp Cgil Lombardia “Lotto Marzo, prima e dopo!”

31 mar. – “L’emancipazione delle donne dal sistema patriarcale inizia nel quotidiano e va portata avanti passo dopo passo ogni giorno. Il cambio di paradigma è tanto giusto e necessario quanto sfidante. Il cambiamento da raggiungere è a tutto tondo: esistenziale, culturale, sociale, economico, democratico. Stereotipi di genere, pregiudizi, maschilismo, sessismo e discriminazioni di genere, violenze fisiche e verbali contro le donne, condizionamenti vanno contrastati a tutti i livelli e i luoghi di lavoro ne sono uno fondamentale”. Così Manuela Vanoli, segretaria generale Fp Cgil Lombardia, nell’introdurre l’assemblea on line organizzata ieri dalla categoria regionale nell’ambito delle iniziative dedicate alla giornata internazionale delle donne.

“Lotto marzo, prima e dopo!” il titolo dell’assise, moderata dalla coordinatrice regionale Lucilla Pirovano, cui hanno partecipato lavoratrici che sono sì dei servizi pubblici ma in settori che l’immaginario collettivo assegna agli uomini. “Il contratto per il sindacato è lo strumento principale per potere agire il cambiamento e nel contratto vogliamo che sia data più voce ai diritti delle lavoratrici – afferma Vanoli -. Dobbiamo rivendicare e rimarcare per le lavoratrici e per le donne tutte una Funzione Paritaria, nei diritti, nelle tutele, nelle libertà, nelle possibilità. Come nei casi che oggi, con le compagne qui con noi, vogliamo rappresentare. Tra ostacoli e soddisfazioni, che le lavoratrici indossino una tuta da lavoro o i tacchi, un camice o un casco, sono per noi obiettivi sfidanti”.

Filo rosso che ha unito le storie ed esperienze raccontate è il cambio di passo culturale che tutta la società deve fare perché vengano affermati pari riconoscimenti, diritti, opportunità e rispetto alle donne.

Roberta Meazzi ha 55 anni e da 20 fa l’operatrice ecologica nei centri comunali di raccolta differenziata nel bresciano, alle dipendenze di una cooperativa sociale. “Quando ho iniziato questo lavoro l’ho fatto per necessità. Ero una madre single, disoccupata. Essere di sesso femminile non era ostativo all’assunzione, eravamo necessarie” dice la delegata Rsu e Rls, spiegando le difficoltà a lavorare nella “roccaforte maschile” dell’igiene ambientale. Un settore che negli ultimi anni ha peggiorato la condizione delle donne per via degli obiettivi europei sulla raccolta differenziata: il lavoro porta a porta è gravoso, senza supporti meccanici, ed è affidato agli operatori. Questo ha fatto chiudere le porte a nuove assunzioni femminili. E le già lavoratrici non se la passano benissimo senza spogliatoi né dispositivi di protezione di misura adeguata (dalle scarpe ai guanti alle tute). Se la disparità salariale è sicuramente una questione, “per l’igiene ambientale, il problema numero uno è che proprio non c’è l’accesso alle donne”. Ad esempio, laddove gli annunci di lavoro sono solo declinati al maschile, anche nella disponibilità ai turni domenicali, festivi, notturni. “Deve essere normale vedere donne che fanno questo lavoro, che guidano un mezzo. Le patenti le abbiamo. Guidiamo di tutto, dagli aerei ai tram, non riesco a capire perché non possiamo guidare un mezzo della raccolta dei rifiuti” insiste Meazzi. Altro punto è la violenza di genere che scatta in situazioni confluttuali con i cittadini. Lei stessa si è sentita dire: “Voi donne siete più cattive” oppure “perché sei tanto acida?”. Le violenze possono essere verbali, fisiche, sessuali. Da qui un tema da porre e normare con la prossima stagione contrattuale: “la tutela dalle aggressioni. La pandemia ha aumentato il rischio di aggressioni per lo stato di frustrazione e rabbia delle persone”. Un rischio che espone di più le donne.

Antonella Maranello dopo il concorso è entrata nei vigili del fuoco. “Pur essendo donna, guido il camion dei pompieri – dice -. La gente se vede me su un camion sgrana gli occhi. Nell’immaginario collettivo il vigile del fuoco è forte, la donna è considerata debole fisicamente ed è un concetto questo che ritrovo anche nei miei colleghi” sostiene, precisando che un conto è “un dato di fatto” un altro il pregiudizio che si traduce in uno svantaggio per le lavoratrici. Maranello si considera “fortunata, arrivata a Brescia nel 2015, da subito ho avuto la possibilità di farmi conoscere e dimostrare la voglia di lavorare e cercare di essere apprezzata dai miei colleghi”. Ma non nasconde che “la donna, per avere solo un: ‘brava, buon lavoro’, deve dimostrarlo con una fatica in più. I maschi non sono abituati all’idea della donna in squadra”.

Del resto i primi concorsi aperti alle donne nel Corpo risalgono a circa 30 anni fa, con la prima vigilessa del fuoco a Verona. Mentre a Brescia due anni fa c’è stata una comandante donna. Eppure ci sono ancora caserme impreparate alla presenza femminile. “Ai distaccamenti di Gardone e Salò non posso andare a fare le sostituzioni perché non hanno la camerate delle donne. Per legge la donna deve avere la sua camerata, con il bagno in camera, soprattutto per il turno di notte. Noi abbiamo esigenze logistiche che vanno rispettate alla pari dei ragazzi” precisa.

Paola Cassani, 41 anni, da 21 lavora per la polizia locale del Comune di Milano. Un ambiente che definisce “assolutamente sessista, maschile, maschilizzato e patriarcale”. A Milano data 1976 la prima donna entrata nel Corpo ma “fino ad oggi non abbiamo mai avuto una comandante”. Farebbe la differenza, visto che anche qui mancano, ad esempio, spogliatoi per le lavoratrici.

La delegata snocciola qualche dato. “Ad oggi la forza è composta per un terzo da donne, però nessuna ricopre un incarico dirigenziale. Gli unici 3 dirigenti nella polizia locale di Milano sono uomini, le donne ufficiali sono circa il 15% e nessuna ha posizioni di prestigio. Abbiamo una forte segregazione verticale”. I 4 concorsi interni per dirigenti del 2013 hanno visto tutte nomine maschili, idem nel 2016 la mobilità per i 6 funzionari in D3. Né si è cambiato registro ai corsi di alta formazione. All’ultima festa del Corpo (4 ottobre) le agenti premiate sono state solo il 10%, nessuna tra le ufficiali. Tutto ciò nonostante vi sia “una assessora che è anche la vice sindaca. La situazione è sempre più imbarazzante e grave”. Poi arriva il fendente più profondo di Cassani: “Ricordiamoci che nella polizia locale di Milano abbiamo avuto nel giro di due anni quattro colleghe che si sono suicidate”. Cruciale porre la questione di genere. “Questo ambiente di lavoro è poco premiante e soprattutto poco accogliente”.

Grandi sono le difficoltà per le donne madri, con gli ostacoli per ottenere i 6 giorni mensili di lavoro agile straordinario, o i veri e propri picche ricevuti se addette ai nuclei operativi, in barba all’ultimo decreto che prevede lo smart working con figli minori di 16 anni in dad o quarantena. Anche le pari opportunità previste nel regolamento restano solo sulla carta e la polizia locale è esclusa dal bonus baby sitter. Il settore va femminilizzato, bisogna impegnarsi a trovare “soluzioni differenti” per non sentirsi più “ospiti” caldeggia la delegata.

Da cosa partire? Ad esempio dai bandi di concorso, eliminando la quota di riserva per le forze armate. “È chiaro che è un bando che ancora di più apre la porta agli uomini rispetto che alle donne” evidenzia Cassani, raccontando della battaglia condotta nel 1989 dal coordinamento donne della polizia locale per fare eliminare da un concorso una clausola relativa all’altezza che rappresentava una forma di “discriminazione indiretta”. “Bisogna dare cittadinanza alle donne” continua, assegnando loro, ad esempio, il 50% degli alti incarichi e non demansionandole al rientro dalla maternità. Bisogna poi “attivare dei coordinamenti donna all’interno dei posti di lavoro con la consigliera di pari opportunità”, una sorta di “osservatorio” per smascherare le situazioni che non vanno.

Caterina Cazzato, dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, si presenta così: “Sono funzionario giuridico dal ’98, ispettore del lavoro fino al 2005 e dallo scorso ottobre consigliera vicaria di parità della Provincia di Varese”. Quali le criticità da lei rilevate? “Il nostro ambiente di lavoro non è semplice, tutto quello che accade quasi sempre è formalmente legittimo e sostanzialmente discriminante” afferma. Carenze croniche di organico, uscite pensionistiche con quota 100, obiettivi dei dirigenti da raggiungere “vengono scontati quotidianamente soprattutto dalle lavoratrici madri, con figli in età scolare”. Sia per quanto riguarda le posizioni di responsabilità, assegnate, oltre che agli uomini, a donne senza figli o che li hanno grandi o non hanno altri impegni di cura familiare. Sia per motivi economici. “Soprattutto le donne che decidono, per conciliare esigenze di vita e lavoro, di accedere al part time, di utilizzare i congedi parentali e, in quest’ultimo periodo, anche di svolgere in smart la propria attività lavorativa, vengono trattate di fatto come dipendenti di serie B”. Così a una collega con il figlio in didattica a distanza è stata respinta (a differenza di altre lavoratrici senza figli o con figli universitari) la richiesta dello smart working in quanto “non è un diritto”. Lo è “fruire dei congedi parentali. Ma sapete con che differenza economiche” sottolinea Cazzato.

Lucia Bertulessi, medica chirurga, 52 anni, interviene dall’auto, dopo una giornata a somministrare vaccini anti Covid. “La cosa che risulta faticosa per noi donne, in qualsiasi ambiente, credo sia la discriminazione della società. Essere donna è difficile ovunque – esordisce -. Quando ho iniziato la mia attività di chirurga eravamo davvero molto poche, per cui la fatica è stata notevole. La sofferenza l’ho avuta di più nel constatare che la società non era pronta ad avere noi donne in certi ruoli”. Anche lei sottolinea come sia più dura per le madri. “Lo scoglio grande è stato quando ho dovuto dire al mio primario che aspettavo il primo figlio. La risposta è stata: non potevi darmi notizia peggiore. Io avevo 40 anni, avevo già qualche precedente interruzione di gravidanza per motivazioni di salute e questa gravidanza era già avanzata” ricorda, nel contrasto tra felicità e amarezza. Che fare? “Si potrebbe mettere davvero la donna nelle condizioni di poter essere mamma sul posto di lavoro. Sono rientrata dalla maternità col bambino che aveva 9 mesi e mi è stato detto: non puoi chiedere l’esonero dalle notti, fai il chirurgo. Ci sono dei ricatti sotto sotto che ti obbligano a fare delle scelte che sono faticose – aggiunge Bertulessi –. Sono rientrata non rinunciando alle notti perché volevo tornare a fare il mio lavoro, perché la gravidanza non è una patologia”. Ma il peggio non si ferma. “La discriminazione totale, la fatica vera viene dopo la maternità. Non ti aiutano, non ci sono nidi aziendali”. Immaginarsi quando arriva una seconda maternità (una femmina, questa volta). “Lì han detto: ti sei proprio voluta giocare la carriera”. Intanto, poiché “il ruolo del medico ha perso molto valore sia sociale che economico, ci stanno lasciando posto. Il 70% ormai dei medici è donna, anche all’Università. Noi stiamo diventando la maggioranza, per cui culturalmente si dovranno adattare al fatto che oggi la cura è donna”.

Elena Lattuada, segretaria generale Cgil Lombardia, nelle sue conclusioni sostiene come “la qualità del lavoro femminile possa essere un punto di riferimento per cambiare l’insieme delle condizioni di lavoro”. Ad esempio invertendo il paradigma per cui vincoli, “tipo la cura e l’accudimento, siano una sottrazione”. Se imperativa diventa la ripartizione del lavoro di cura, con vincoli che “diventano elemento di valore per l’universo dei lavoratori”, allora potrà esserci “un cambio significativo”. Come farlo? Per un pezzo con la contrattazione, fissando obblighi per l’occupazione femminile. Ma anche incrementando la scolarità femminile per favorire la presenza delle donne “in ruoli e posizioni”. Facendo “un grande, nuovo patto tra donne” per cui, con più donne “nei ruoli dirigenti, si potrebbe provare a costruire davvero un avanzamento”.

Anche le piattaforme, i rinnovi contrattuali e le prossime elezioni delle Rsu sono “due occasioni fondamentali per provare a fare crescere la cultura della differenza di genere e la necessità di colmare delle diversità troppo profonde che continuano ad esserci”. (ta)