24 May 2024
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Funzioni Centrali e Funzioni Locali / Le tante ragioni dello sciopero del 17 novembre

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Pusceddu (Fp Cgil Lombardia): “Invece che cambiare paradigma, e ritenere le pubbliche amministrazioni un investimento per il Paese, il Governo torna con la spending review, a danno dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori e dei servizi da garantire al Paese. Così si indebolisce lo Stato!”

14 nov. 2023 – “Con le lavoratrici e i lavoratori del pubblico impiego in tutta Italia, in Lombardia con un presidio regionale a Milano, il 17 novembre protesteremo come categoria allo sciopero generale indetto da Cgil e Uil contro le misure del Governo. L’inflazione ha già ridotto i nostri salari e un decimo delle cittadine e dei cittadini italiani è nella soglia di povertà”. Così Dino Pusceddu, segretario Fp Cgil Lombardia, con delega alle Funzioni Centrali e alle Funzioni Locali, a pochi giorni dal primo dei cinque scioperi indetti a livello nazionale, quello che coinvolge tutta la categoria della Funzione Pubblica, nei settori pubblici e privati.

Da dove nasce la vostra protesta? “Prima ancora che dalla Legge di Bilancio, dal suo prologo, il Decreto Anticipi. Il Governo, non avendo le risorse per finanziare integralmente il rinnovo del contratto nel 2024, col gioco delle tre carte anticipa 2 miliardi nel 2023, soldi che le lavoratrici e i lavoratori si vedranno ridotti dal futuro rinnovo. Con quel Decreto si divide anche il mondo del lavoro tra chi prenderà subito le risorse dell’anticipo e chi, negli enti locali, dovrà probabilmente aspettare il 2024”, risponde Pusceddu.

Però nel Decreto Anticipi è prevista l’una tantum a dicembre. “Sono sempre gli stessi soldi, quelli del rinnovo contrattuale, che il Governo dà prima alle sole Funzioni Centrali con un emolumento una tantum erogato a dicembre 2023 (probabilmente anche alla Sanità, anticipandoli alle Regioni e ai Comuni che potranno permetterselo col proprio bilancio). Per le lavoratrici e i lavoratori sarà una cifra tra i 650 e i 1170 euro lordi ma si vedranno poi ridurre la retribuzione con il prossimo gennaio, dato che l’una tantum prevista nelle buste paga dal 2022 non è stata più finanziata. La gran parte dei dipendenti degli enti locali, invece, riceverà questo importo spalmato su tutto il 2024 o almeno fino al rinnovo del contratto nazionale. Essendo un anticipo, chi ha cessato il rapporto di lavoro nel 2023, anche se in servizio a dicembre, non riceverà questi soldi e nemmeno chi a tempo determinato. Va anche rilevato – prosegue Pusceddu – che queste somme, non preventivate all’inizio dell’anno, peggiorano gli indicatori sulla base dei quali si può assumere negli enti locali. Tradotto: le assunzioni già previste potrebbero essere bloccate. Succede questo quando si decide di saltare il confronto con i sindacati: si impoveriscono le lavoratrici e i lavoratori e si scrivono male le norme”.

Quindi risorse insufficienti per gli stipendi? “I contratti pubblici sono scaduti nel 2021. Dal 2024 verranno stanziati 5 miliardi di euro complessivi, pari al 5,78% di incremento medio, riferito a un triennio in cui l’inflazione è al 16,1%. Le risorse in campo sono assolutamente insufficienti a garantire un decoroso tenore di vita! Mancano, inoltre, le risorse per la produttività e per la riclassificazione del personale. E va ricordato che i dipendenti delle pubbliche amministrazioni ricevono già mensilmente il 2% (0,5% di indennità di vacanza contrattuale, 1,5% di una tantum). Nemmeno vengono previsti arretrati”.

Gli effetti sono molto concreti. “Non si potranno finanziare le indennità previste nell’ultimo ccnl, rendendo impossibile valorizzare le professionalità delle Pa che, senza un adeguato riconoscimento economico, continueranno ad andarsene. Non mettere soldi per la riclassificazione del personale, cioè i passaggi all’area superiore, sta producendo un evidente effetto discriminatorio. Un esempio: il personale educativo da aprile 2023 viene assunto al livello più alto del contratto delle Funzioni Locali, l’area dei Funzionari, quando il personale di più lungo corso ed esperienza rimane al livello inferiore. Se non ci saranno nuovi stanziamenti, a parità di mansione i neoassunti prenderanno uno stipendio superiore rispetto a chi lavora da anni nei nidi”.

Il Governo torna a tagliare la spesa pubblica. “Servirebbero 120mila assunzioni nelle Pa nel 2024, di cui solo 70mila per far fronte al turnover. Quindi 1,7 miliardi di euro di stanziamento. E invece riparte la spending review, con un taglio di 350 milioni alle Regioni, di 200 milioni ai Comuni, e di 50 milioni alle Province. Sugli enti locali stanno facendo cassa: le assunzioni formalmente non sono bloccate ma, con la stretta ai bilanci, rese impossibili. Per non dire degli 8 miliardi di tagli previsti alle dotazioni dei Ministeri. Osservo anche che non si sta riuscendo ad attuare, in assenza di personale, il piano di ripresa europeo, il Pnrr”, afferma Pusceddu, ribadendo un principio cardine della Fp Cgil: “Le pubbliche amministrazioni sono una risorsa non un costo e bisogna investirci. Diversamente, cosa pensare se non a un sempre più sbilanciato intervento in favore del privato? Questo, per cittadine e cittadini, significa meno diritti perché il privato quei diritti te li fa pagare, e allora diventano privilegi. Noi non ci stiamo!”.

Oltre al danno per chi, ogni giorno, garantisce quei diritti. “Porto qualche esempio. Le lavoratrici e i lavoratori delle Agenzie fiscali e del Corpo dei Vigili del fuoco sono in stato di agitazione. Quelli dell’Ispettorato del Lavoro hanno da poco scioperato, con tassi di adesione altissimi. Continuano a moltiplicarsi le vertenze territoriali dei dipendenti pubblici che chiedono più assunzioni perché nelle condizioni attuali non riescono più a lavorare – racconta Pusceddu -. La legge di bilancio doveva dare risposte sulle indennità del personale delle Agenzie Fiscali e dell’Ispettorato del lavoro ma alle continue promesse non seguono misure vere, ma persiste la penalizzazione di migliaia di euro per questi lavoratori. Ormai siamo convinti che l’intento del Governo sia quello di ridurre gli spazi di legalità in questo Paese, indebolendo chi deve garantire la sicurezza sul lavoro e le entrate dello Stato. Così si indebolisce lo Stato! – incalza il sindacalista -. E inaccettabili sono le condizioni di chi garantisce la sicurezza in questo Paese: ai Vigili del Fuoco mancano circa 3000 unità operative e 2500 unità nel ruolo tecnico professionale. C’è un continuo impiego dello straordinario e dei rientri in turno che determina un aumento dei carichi di lavoro che mette a rischio la tenuta e qualità del soccorso e della macchina amministrativa, con ricadute inevitabili su salute, sicurezza e vita delle operatrici e degli operatori”.

Altri settori? “Nelle carceri la situazione è intollerabile. Le lavoratrici e i lavoratori della Polizia Penitenziaria continuano a svolgere, sempre per le carenze di organici, turni massacranti, e a subire aggressioni, rischiando anche la vita. Invece di riconoscere loro un rinnovo contrattuale dignitoso e investire in assunzioni, si fanno i soliti interventi tampone con il costante ricorso agli straordinari. Ma i mancati investimenti nelle Pa – va avanti Pusceddu – hanno ricadute anche sul personale cui non si applicano i contratti del pubblico impiego. Penso al caso emblematico dei dipendenti delle aziende dell’edilizia residenziale pubblica (le Aler, ccnl Federcasa), ai quali viene offerto dalle controparti un incremento contrattuale del 2,5%, senza arretrati, a fronte di un contratto scaduto nel 2021: praticamente una mancia! Anche in questo settore è dichiarato lo stato di agitazione”.

Poi c’è il capitolo pensioni. “Il Governo non mantiene la promessa di superare la Legge Fornero ma peggiora le misure di accesso alla pensione. Dal 2024: con quota 103 (62 anni e 41 di contributi) aumenta la finestra di tre mesi (9 mesi per i dipendenti pubblici) e si può accedere con il solo calcolo contributivo. Per opzione donna ci vogliono 62 di età e 35 di contributi, con calcolo contributivo, e le destinatarie sono solo le caregiver, le lavoratrici con riduzione della capacità di lavoro, le lavoratrici licenziate o dipendenti da aziende per le quali è in atto un tavolo per gestire la crisi aziendale. Inoltre per opzione donna viene ridotto il requisito anagrafico in ragione di un anno per ogni figlio, nel limite massimo di due anni. E ora arriviamo alla revisione dei coefficienti delle pensioni dei dipendenti degli enti locali e di alcuni ambiti del Ministero Giustizia (ma vale anche per la sanità) – insiste Pusceddu -. Dal 1° gennaio 2024 viene ricalcolato quanto maturato nella quota A con gli anni prima del 1995. Un ricalcolo applicato per anzianità, fino al 31/12/1994, per chi ha almeno un contributo prima del 31/12/1992. Ciò significa che chi ha iniziato a lavorare pochi anni prima del 1995 può avere un taglio della pensione fino al 33%. Insopportabile! Parlano di modifiche parziali ma, ad oggi, sono solo dichiarazioni sulla stampa per placare il malcontento. Possibile che il Governo, a maggior ragione con la grave carenza di personale di cui soffrono le Pa, sia così miope da non vedere che questa misura previdenziale porterà a dimissioni senza preavviso per evitare il taglio?”.

Altro? “Tra le molte ragioni di questo sciopero, mettiamo lo sblocco dei vincoli del salario accessorio per i dipendenti pubblici; il contrasto alla precarietà, visto che tornano in campo i voucher e vengono liberalizzati i contratti a termine; il contrasto vero dell’evasione fiscale, e una redistribuzione equa derivante dalla tassazione degli extraprofitti; una vera riforma delle pensioni che garantisca anche le nuove generazioni”.