L’Inps giustifica i ritardi di pagamento del trattamento di fine servizio con la paura che pensionate e pensionati pubblici lo dissipino. Fimiani (Fp Cgil Lombardia): “Lo Stato tratta i suoi dipendenti da spendaccioni. È un insulto dopo quarant’anni di servizio”
14 feb. 2026 – Il Trattamento di fine servizio (Tfs) è salario accantonato. Eppure, per chi ha prestato servizio nelle pubbliche amministrazioni, la liquidazione può essere congelata fino a sette anni. L’ultimo affronto è arrivato dalla memoria difensiva dell’Inps alla Consulta: il pagamento dilazionato proteggerebbe i ricettori dall’‘euforia’ di spesa.
La Fp Cgil nazionale ha replicato con durezza e sconcerto a questa presa di posizione. Ne parliamo con Americo Fimiani, segretario Fp Cgil Lombardia.
Partiamo dal fango. Cosa significa tutta questa euforia?
“Significa che lo Stato, dopo aver chiesto responsabilità e competenza per decenni, tratta le lavoratrici e i lavoratori pubblici come incapaci di gestire il proprio denaro. Il Tfs non è un regalo: è retribuzione differita, salario maturato. Insinuare che non sappiamo gestire i nostri soldi è un insulto. Questo paternalismo serve solo a giustificare un prestito forzoso che la Corte Costituzionale ha già bocciato”.
Qual è il costo reale di questo ritardo?
“Su un Tfs medio di circa 86.000 euro, i ritardi di pagamento, che possono arrivare fino a sette anni, producono una perdita stimata fino a 17.000 euro. Non perché qualcuno li sottragga formalmente, ma perché nel tempo quei soldi perdono valore, con l’inflazione che li erode anno dopo anno. La mancata rivalutazione li immobilizza. Nel frattempo le spese vive continuano per la persona in pensione, senza che possa usare risorse che sono già sue. In pratica – spiega Fimiani – è come se una parte della liquidazione venisse consumata prima ancora di essere incassata. Nel settore privato il Tfr (trattamento di fine rapporto) viene pagato in tempi brevi. Nel pubblico si attende anni. Questo significa partire in pensione con meno strumenti, meno sicurezza, meno libertà di scelta. Per molti è la differenza tra una vecchiaia serena e una fatta di rinunce continue. È una penalizzazione strutturale, una discriminazione insopportabile”.
La Legge di Bilancio 2026 non riduce i tempi?
“Sì, ma è una presa in giro. La riduzione da 12 a 9 mesi riguarda solo la prima tranche del Tfs, fino a 50.000 euro, e solo per chi va in pensione di vecchiaia, non per chi si dimette volontariamente, chi esce per invalidità o va in pensione anticipata. E scatta solo dal 2027. Ma soprattutto: per avere quei tre mesi in meno, il lavoratore perde un beneficio fiscale. Per compensare in parte i ritardi, negli anni scorsi era stato introdotto uno sconto sulle tasse del Tfs dell’1,5%. In pratica, pagavi meno imposte proprio perché ti facevano aspettare. Ora che riducono l’attesa di tre mesi, lo sconto salta. Su un Tfs di 50.000 euro, quello sconto valeva 750 euro netti in tasca. La Corte Costituzionale ha detto con la sentenza 130/2023 che questi ritardi sono illegittimi, ma il Governo invece di restituire tutto e subito, come nel privato, con un trucco contabile sposta il problema senza risolverlo. E l’ingiustizia resta”.
Cosa chiede la Fp Cgil?
“Chiediamo il pagamento immediato del Tfs alla fine del rapporto di lavoro: finisci di lavorare e ricevi ciò che ti spetta, non dopo anni. Il superamento definitivo di rate, scaglioni e dilazioni, perché sono soldi già maturati e non ha senso spalmarli nel tempo. Una legge che cancelli questa normativa, recepisca la sentenza della Corte Costituzionale del 2023 e ristabilisca parità tra pubblico e privato. Continueremo a difendere questo diritto anche in tribunale. Non chiediamo privilegi ma rispetto”.