16 Feb 2026
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Liste d’attesa e personale allo stremo: la sanità lombarda a un bivio

Lello Tramparulo (Fp Cgil Lombardia) alla trasmissione Iceberg su Antenna 3

Dopo la trasmissione Iceberg su Antenna 3, Lello Tramparulo (segretario generale Fp Cgil Lombardia) rilancia: “Serve una scelta politica netta”

Lello Tramparulo (Fp Cgil Lombardia) alla trasmissione Iceberg su Antenna 316 feb. 2026 – 2,1 milioni di cittadine e cittadini lombardi hanno rinunciato alle cure (quindi, su circa 10 milioni di abitanti, più del 20%, più di 1 su 5), il 79% si è rivolto almeno una volta al privato (con circa 365 euro di spesa media a prestazione); 190mila persone hanno chiesto un prestito per curarsi; tre pazienti su quattro hanno trovato almeno una volta una lista d’attesa chiusa.

I dati dell’indagine ‘mUp Research’ per Facile.it, al centro della puntata del 13 febbraio scorso di Iceberg, su Antenna 3, condotta da Alessandro Vesce, non sono una sorpresa per la Fp Cgil Lombardia, ma una conferma pesante.

Per la categoria sindacale quei numeri sono esito di un assetto che negli anni ha indebolito la medicina territoriale, compresso il personale e spinto una parte crescente di cittadini verso il privato.

Lello Tramparulo, segretario generale della Fp Cgil Lombardia, partecipando alla trasmissione, lo ha ribadito una volta di più: la sanità pubblica è in crisi.

In questa intervista, ricapitoliamo i temi principali affrontati.

I numeri della ricerca non descrivono un’emergenza?

“Non è emergenza, è collasso. Ed è strutturale. I numeri mostrati in trasmissione confermano quello che noi vediamo ogni giorno: il servizio sanitario pubblico, smontato negli anni pezzo per pezzo, non regge più come dovrebbe. Soprattutto sul territorio: la medicina di base è diventata un guscio vuoto”.

Liste d’attesa. La Regione ha messo 40 milioni per le prestazioni aggiuntive: 50 euro l’ora in più per chi lavora oltre l’orario. Voi però parlate di ricatto: perché?

“Perché lo è. Noi come Fp Cgil abbiamo sottoscritto gli accordi sulle prestazioni aggiuntive. Il problema è che quello strumento, nato come misura straordinaria, è diventato l’asse portante della gestione ordinaria delle liste d’attesa. Le ore in più possono tamponare, ma non sostituire le assunzioni strutturali e una programmazione seria degli organici. Lavoratrici e lavoratori della sanità sono già allo stremo: non riposano, saltano le ferie. Sintomatico che nelle aziende sanitarie non si riescano a mettere giù nemmeno i turni. E adesso a questo personale si dice: vuoi guadagnare di più? Lavora di più! Cioè stai mandando queste persone, fisicamente e psicologicamente, a rotoli. Quei 40 milioni di euro non risolvono il vuoto di organico – ribadisce Tramparulo -. Sono un palliativo che monetizza la rinuncia al recupero psico-fisico delle lavoratrici e dei lavoratori e per noi è inaccettabile, sul piano della salute e sicurezza loro e delle persone che a loro si affidano”.

In Lombardia mancano circa 10mila infermieri. E le università non riescono più a coprire i posti disponibili. Come si inverte questa tendenza?

“Qui c’è un circolo vizioso micidiale. Pure i corsi di laurea sono meno partecipati: a che pro iscriversi se è noto che in ospedale non si riposa, non si fanno le ferie, i turni sono una roulette russa? Parliamo di centinaia di migliaia di ore di ferie e riposi accumulati che non si riescono a smaltire. È un debito di salute che il Ssn ha verso i suoi lavoratori. E questa cosa sta rendendo la professione priva di appeal, per tutto il personale, non solo quello infermieristico. E poi c’è un altro aspetto di rilievo che invece è sottovalutato – aggiunge -: la maggior parte del personale infermieristico è composta da donne. Donne che non hanno nessuna politica seria di conciliazione vita-lavoro, nessun welfare aziendale. Come fai a reggere questa pressione se hai una famiglia, dei figli? È impossibile. E allora scappano. Vanno nel privato o all’estero”.

Quello dei medici di medicina generale e della sanità territoriale è un altro tema dirompente. In Lombardia si parla di decine di migliaia di persone senza copertura. Come si è arrivati a questo?

“Quello del medico di base è diventato un mestiere impossibile: è un libero professionista convenzionato, si ritrova con migliaia di pazienti addosso, schiacciato dalla burocrazia, il tempo clinico è ridotto al minimo, la visita domiciliare è diventata residuale. Noi sosteniamo che i medici di medicina generale debbano essere assunti dal Servizio sanitario nazionale. Vanno reinseriti in una programmazione organica, dentro le Case di Comunità, uno dei pilastri della riforma territoriale, che oggi rischiano di restare solo belle scatole vuote inaugurate per la foto. Servono integrazione e sinergie vere, una rete territoriale organizzata, capace di prevenzione e presa in carico reale. Non il singolo professionista isolato che si arrangia. Altrimenti continuerà questa emorragia”.

La Fp Cgil ha deciso di non firmare l’ultimo contratto nazionale. È stata una scelta dolorosa, hai detto in trasmissione. Perché l’avete presa?

“Perché quel contratto – come gli altri del pubblico impiego non sottoscritti dalla categoria – è lontanissimo dalla realtà. La Fp Cgil è il sindacato più rappresentativo del settore, come certificato dai dati Aran. E abbiamo scelto di non firmare accordi che non risolvono nulla. Le lavoratrici e i lavoratori vanno pagati di più, punto. Non con i 50 euro delle prestazioni aggiuntive in sanità, ma con un rinnovo contrattuale vero che allinei gli stipendi al costo della vita e alle responsabilità che le lavoratrici e i lavoratori hanno”.

Durante Iceberg hai detto che nella sanità non si costruiscono sedie ma servono mani addosso ai cittadini. Spiegalo anche qui.

“La sanità non è un’industria come le altre. Non puoi gestirla con criteri di produzione da catena di montaggio. Curare le persone richiede tempo, presenza fisica, contatto umano. Mani addosso ai cittadini, appunto. E questo necessita di personale formato, riposato, motivato, che abbia dignità professionale. Se continui a trattare medici e infermieri come terminali burocratici spremuti fino all’osso, il sistema crolla, come sta succedendo”.

Lello Tramparulo (Fp Cgil Lombardia) alla trasmissione Iceberg su Antenna 3Se la Regione vi chiamasse (come auspicate) domani mattina a un tavolo, quali sarebbero le tre proposte concrete che portereste per la sanità pubblica?

“Primo: adeguamento salariale vero. Basta con i palliativi, serve un investimento strutturale sugli stipendi. Secondo: politiche concrete di conciliazione vita-lavoro e welfare aziendale. Il personale deve poter fare le ferie, riposare, avere turni sostenibili. Terzo: fermare l’esternalizzazione e monitorare i posti letto in solvenza dentro gli ospedali pubblici. Abbiamo presentato una ricerca nel 2023, come Fp Cgil Lombardia, al nostro XII congresso, su quanto privato c’è già dentro le nostre strutture pubbliche, che è superiore al 40% dichiarato da Regione Lombardia, poiché bisogna aggiungere tutti gli appalti, i servizi affidati a terzi e le attività libero-professionali esterne. Questi sono posti letto  pagati dai cittadini che invece vanno a chi può permetterselo. La sanità deve restare pubblica e universale, come dice la Costituzione!”, ammonisce il segretario generale.

Questa pericolosa rotta si può invertire?

“C’è un nodo politico che pesa: il confronto. In questa fase, è mancato un ascolto reale delle parti sociali. Eppure chi rappresenta lavoratrici e lavoratori della sanità conosce dall’interno le criticità quotidiane del servizio. La Fp Cgil Lombardia è pronta al confronto in qualsiasi momento – anche di domenica mattina -, ma deve esserci la volontà di aprire un tavolo vero, non formale. Bisogna smettere con gli annunci propagandistici e investire concretamente sulle lavoratrici e i lavoratori. La Lombardia ha numeri importanti. E ascoltare il sindacato – il sindacato davvero rappresentativo – significa ascoltare chi quelle cose le deve fare ogni giorno. Noi siamo disponibili al dialogo con Regione, se ha la volontà di cambiare davvero. Serve una scelta politica netta. La Lombardia è a un bivio: o investe davvero nel servizio sanitario pubblico e nella medicina territoriale, oppure continueremo a contare chi rinuncia a curarsi. E una sanità che seleziona chi può pagare non è più universale ed è contro la nostra Costituzione”.