22 Apr 2026
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Case della Comunità a Brescia: se le mura sono pronte ma manca il personale

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Lazzaroni (Fp Cgil): “Il vero banco di prova non è aprirle ma farle davvero vivere”

22 apr. 2026 – Il tempo è tiranno, si dice. E per le Case della comunità finanziate dal Pnrr, il piano di ripresa europeo, la scadenza ultima è il prossimo 30 giugno: se non saranno realizzate, i soldi torneranno a Bruxelles.

La situazione è critica un po’ in tutto il Paese (come rilevato dalla Fondazione Gimbe nella nota stampa del 31 marzo 2026) e il territorio bresciano non fa eccezione. Ne parliamo con Nadia Lazzaroni, segretaria generale Fp Cgil Brescia.

Iniziando, ricordiamo cosa sono le Case della Comunità?

“Dovrebbero essere il perno della sanità di prossimità, quella cioè che dovrebbe curarti sotto casa, semplificare l’accesso ai servizi e togliere l’assedio ai pronto soccorso. Previste dal Decreto Ministeriale 77 del 2022, sono state finanziate dai miliardi del Pnrr (la ‘Missione Salute’ del piano si basa proprio sull’attuazione di questo decreto per spostare l’asse delle cure dall’ospedale al territorio) – risponde Lazzaroni -. Nel nostro territorio, l’impegno dell’Ats di Brescia è di realizzarne 24. Attualmente solo 13 hanno effettivamente iniziato a erogare almeno un servizio e solo una, a Barbariga, ha oggi il 100% dei servizi obbligatori attivi. Inoltre la loro distribuzione è disomogenea. Ci sono due strutture in paesi vicini (Travagliato e Ospitaletto) mentre ci sono interi pezzi di territorio scoperti (Chiari, Iseo, Desenzano del Garda, Montichiari tra gli altri), vanificando così l’obiettivo di prossimità di 1 Casa della Comunità ogni 50.000 abitanti”.

Il problema vero sono i ritardi edilizi?

“I ritardi ci sono. Ma il punto è che possiamo anche finire le infrastrutture entro la scadenza, spostata dal 31 marzo al 30 giugno 2026, ma se mancano infermieri, assistenti sociali, tecnici della riabilitazione e medici, abbiamo solo fatto un bel restyling ai palazzi. Oggi il reclutamento è un calvario: la crisi ospedaliera morde e non si trovano professioniste e professionisti disposti a scommettere sul territorio senza investimenti strategici e condizioni di lavoro dignitose. Senza di loro, una Casa di comunità è un mero contenitore”.

Eppure le strutture vengono inaugurate.

“Il taglio del nastro è un’usanza consolidata. Conta però quello che succede il giorno dopo, e il mese dopo, e l’anno dopo. Conta se una persona con una malattia cronica trova risposta lì, senza finire al pronto soccorso. Conta se l’infermiere di comunità c’è davvero, se l’équipe multiprofessionale funziona, se il Cup risponde. Su questo il quadro è molto più fragile di quanto le cerimonie lascino intendere – sottolinea la segretaria generale -. Una riforma territoriale si misura sulla capacità operativa, non sul numero di targhe appese ai muri. Se manca personale, la riforma rallenta, si svuota e scarica la fatica su chi lavora già in condizioni pesanti”.

Chi lavora nelle Case di comunità oggi come sta?

“Male. Le lavoratrici e i lavoratori presenti reggono un carico doppio, spesso triplo, per coprire i vuoti di personale. Questo non è sostenibile. Un numero adeguato di infermieri di comunità e medici non arriva da solo se manca una scelta politica, ribadisco, concretamente operativa: rendere attrattivo lavorare nella sanità pubblica territoriale, con retribuzioni adeguate all’elevata qualificazione, il riconoscimento del ruolo, condizioni di lavoro dignitose e sicure”.

I medici di medicina generale sono presenti nelle Case di comunità?

“La copertura è parziale e irregolare. Alcune strutture, come quella di viale Duca degli Abruzzi a Brescia, funzionano con medici integrati. Ma è l’eccezione, non la regola. Il problema è anche contrattuale: i nuovi medici di famiglia hanno l’obbligo di dedicare ore alle Case di comunità, ma quasi la totalità di quelli già in servizio ha rifiutato il cosiddetto ruolo unico, per incertezze su sedi e organizzazione. Così le strutture vengono coperte con specialisti o medici ospedalieri incentivati, che rattoppano ma non sostituiscono la figura del medico di riferimento continuativo. Il paziente con una malattia cronica ha bisogno di qualcuno che lo conosca, lo segua nel tempo, lo accompagni. Senza il medico di famiglia stabilmente presente, quella presa in carico territoriale che la riforma promette resta incompiuta”.

La crisi ospedaliera incide?

“Senz’altro. Il reclutamento territoriale è reso più difficile proprio perché il sistema ospedaliero assorbe le professionalità disponibili, in un mercato del lavoro sanitario già sotto pressione. Non si può separare il problema ospedaliero da quello territoriale: sono facce dello stesso squilibrio strutturale”.

L’integrazione tra sociale e sanitario a Brescia è realtà o solo uno slogan?

“È una sfida appena iniziata. L’integrazione è fondamentale per evitare che le persone corrano impropriamente al pronto soccorso, ma per farla servono équipe multiprofessionali che parlino tra loro. In alcune strutture, grazie allo sforzo immane delle operatrici e degli operatori, si garantisce la presenza medica e infermieristica per 12 ore al giorno, ma siamo lontani dagli standard del DM 77 che imporrebbero la continuità H24 o H12 sette giorni su sette su larga scala”.

Cosa serve, dunque, per non sprecare questa ultima chiamata del Pnrr?

“Investimento pubblico reale nel Servizio sanitario nazionale: non solo sul mattone, sul personale. Valorizzazione del polo territoriale come alternativa all’ospedalizzazione impropria. E una regia pubblica forte, che garantisca equità tra territori, non lasci i Comuni soli a cercare soluzioni, non scarichi sulle Aziende socio sanitarie territoriali problemi che richiedono risorse nazionali. La sanità pubblica ha il compito di far stare bene le persone, curarle, tenerle fuori da pronto soccorso e reparti quando non è necessario. Questo non si fa con la logica del profitto ma con la prossimità. Il vero banco di prova non è aprire le Case della Comunità ma farle davvero vivere”.