6 May 2026
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Due leggi popolari per salute e lavoro in appalto / Il 15 e 16 maggio parte la raccolta firme

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Tramparulo (Fp Cgil Lombardia): “Firmare significa dire che non vogliamo abituarci a una sanità pubblica più debole e a lavori più insicuri e poveri”

6 mag. 2026 – Almeno 50mila firme, da consegnare in Parlamento entro il prossimo settembre, prima della legge di bilancio: una domanda precisa di finanziamento pubblico, lavoro stabile e servizi accessibili. Il 27 aprile scorso Cgil ha depositato in Cassazione due proposte di legge di iniziativa popolare. La prima, promossa insieme a un’ampia rete di associazioni e de La Via Maestra, vuole rendere effettivo il diritto alla salute, rafforzare il Servizio sanitario nazionale e valorizzare chi ci lavora. La seconda, promossa dalla Confederazione, interviene sugli appalti: stesso lavoro, stessi diritti, più responsabilità per i committenti, meno catene di subappalti.

La campagna di raccolta firme parte il 15 e 16 maggio prossimi, in una due giorni di piazza.

Due proposte di legge popolari, salute e appalti. Perché tenerle insieme?

“Salute e lavoro sono il modo concreto in cui una società decide se riconoscere dignità alle persone. Quando un cittadino aspetta mesi per una visita, quando una famiglia non trova assistenza domiciliare per un anziano non autosufficiente, quando un pronto soccorso regge solo grazie a turni pesanti e personale all’osso, siamo davanti a un diritto che si indebolisce. E lo stesso accade negli appalti: chi lavora accanto ai dipendenti diretti, magari nello stesso ospedale, nello stesso servizio, nello stesso ciclo produttivo, ha meno salario, meno tutele, più insicurezza”, risponde Catello Tramparulo, segretario generale Fp Cgil Lombardia.

Che cosa significa rendere effettivo il diritto alla salute?

“Il diritto alla salute vive quando trovi un medico, un’infermiera, un operatore sociosanitario, un servizio territoriale vicino, una visita nei tempi giusti. La proposta dice alcune cose precise: portare il finanziamento del Servizio sanitario nazionale almeno al 7,5% del Pil entro il 2030, superare i tetti alla spesa per il personale, assumere stabilmente, valorizzare economicamente e professionalmente chi cura, rafforzare il territorio, ridurre le liste d’attesa, investire su non autosufficienza, salute mentale, consultori, dipendenze, prevenzione e sicurezza nei luoghi di lavoro. È una legge che prova a rimettere il pubblico in condizione di fare il pubblico”.

Il personale resta il cuore del servizio.

“Possiamo costruire Case della Comunità, aprire nuovi sportelli, annunciare piani e piattaforme digitali, ma se mancano le lavoratrici e i lavoratori quei luoghi restano mere pareti. In sanità il lavoro non è un costo da comprimere: è la condizione perché una cura arrivi. Da anni il Ssn si regge sul sacrificio di chi lavora: turni, carichi, responsabilità, aggressioni, difficoltà a conciliare vita e lavoro. Non può essere questa la normalità. Servono organici adeguati, contratti rinnovati, salari dignitosi, percorsi di carriera, formazione, sicurezza. Altrimenti il pubblico perde attrattività e il diritto alla salute diventa più fragile. La Lombardia – aggiunge Tramparulo – ha grandi professionalità e strutture importanti, ma mostra crepe evidenti, nel progressivo comprimersi della sanità pubblica resa equivalente a quella privata. Noi non siamo interessati alla propaganda dell’eccellenza né al racconto del disastro permanente. Guardiamo i servizi per come sono. E vediamo che dove il pubblico arretra, le persone pagano di più, aspettano di più, si arrangiano di più. Una regione forte non è quella che lascia scegliere tra attesa e portafoglio. È quella che garantisce cure in base al bisogno, non al reddito”.

La proposta parla anche di territorio, altro tema centrale.

“La sanità territoriale serve a prendere in carico i bisogni prima che diventino emergenza, a fare prevenzione. Le Case della Comunità, i distretti, l’assistenza domiciliare, i consultori, i servizi per la salute mentale devono essere veri, accessibili, con personale e orari adeguati. Altrimenti resta tutto sulle spalle delle cittadine e dei cittadini. E quando il territorio non funziona, l’ospedale, a partire dal Pronto Soccorso, diventa l’unica porta aperta, anche per bisogni che avrebbero dovuto trovare risposta prima”.

Passiamo agli appalti. Perché “i diritti non si appaltano”?

“Il valore del lavoro va salvaguardato. Oggi in tanti luoghi pubblici e privati ci sono lavoratrici e lavoratori in appalto, subappalto che spesso lavorano accanto ai dipendenti del committente, svolgono attività essenziali, ma con salari più bassi, contratti meno favorevoli, cambi d’appalto che diventano ricatto. La proposta di legge vuole quello che come Fp Cgil rivendichiamo da sempre: se lavori fianco a fianco con chi è assunto direttamente e fai lo stesso lavoro, devi avere lo stesso salario e gli stessi diritti”, evidenzia il segretario generale.

Quindi la questione non riguarda solo chi lavora negli appalti?

“Infatti. Riguarda chi lavora in appalto, perché chiede salario, diritti e sicurezza. Riguarda i dipendenti diretti, perché l’appalto con lo scopo di abbassare il costo del lavoro mette pressione anche su di loro. Riguarda i cittadini, perché un servizio costruito sul massimo ribasso prima o poi peggiora. Se in un ospedale, in una Rsa, in un servizio educativo, sociale o di igiene urbana, in un Comune, si risparmia sul lavoro, il conto arriva sulla qualità del servizio. Magari non subito, ma arriva”.

La proposta di legge interviene anche sulla responsabilità dei committenti. Perché è decisivo?

“Non si può scaricare tutto sull’ultima impresa della catena. Chi affida un lavoro deve rispondere anche delle condizioni in cui quel lavoro viene svolto: salari, contratti, inquadramenti, sicurezza, tempi, numero di persone impiegate. Se un appalto è costruito male, se applica un contratto sbagliato, se abbassa gli inquadramenti o scarica rischi su chi lavora, il committente non può voltarsi dall’altra parte. La responsabilità deve risalire la filiera. In caso di appalto illecito – prosegue Tramparulo -, la proposta prevede l’assunzione diretta presso il committente. Per la pubblica amministrazione, dove vale il vincolo del concorso, è previsto un risarcimento pari a 24 mensilità. È un punto importante: chi beneficia di un lavoro non può chiamarsi fuori quando quel lavoro viene organizzato violando le regole. Poi c’è il nodo dei subappalti. Più la catena si allunga, più spesso si perdono diritti, controlli e sicurezza. Per questo chiediamo limiti più forti e il divieto di subappalto nei settori o nei territori a maggior rischio, anche per prevenire illegalità e infiltrazioni. Chi prende un appalto deve essere in grado di svolgerlo direttamente, almeno per la parte principale. La Cgil stima almeno 3 milioni di lavoratrici e lavoratori in appalto e subappalto, tra pubblico e privato. È un mondo enorme e ancora troppo poco indagato, nonostante proprio in questi ambiti avvengano moltissimi infortuni, purtroppo anche mortali. Bisogna farvi fronte, è una questione di sicurezza, legalità e dignità”.

Quindi ora parte la raccolta firme.

“Queste leggi di iniziativa popolare servono a portare in Parlamento una domanda sociale organizzata. Le firme non sono un gesto simbolico ma persone che dicono di voler contare. Una firma non sostituisce la vertenza, la rafforza. Firmare significa dire che non vogliamo abituarci a una sanità pubblica più debole e a lavori più insicuri e poveri. E arrivare prima della legge di bilancio significa mettere salute e lavoro dove si decidono davvero le priorità e quindi gli investimenti da fare”.

Qual è il valore politico e sindacale di questa mobilitazione, dal punto di vista di chi rappresenta il lavoro nei servizi pubblici?

“Per noi questa mobilitazione è una scelta di merito e di campo. Di merito, perché le proposte indicano soluzioni concrete: più risorse al Servizio sanitario nazionale, più personale, meno esternalizzazioni, più territorio, più tutele negli appalti, più responsabilità dei committenti. Di campo, perché diciamo che i diritti non possono dipendere dal reddito, dalla regione in cui vivi, dal contratto che ti applicano o dal punto della filiera in cui sei finito. Per questo la proposta esclude l’applicazione dell’autonomia differenziata alla tutela della salute. La Fp Cgil rappresenta chi ogni giorno tiene in piedi funzioni e servizi pubblici. Sappiamo che dietro ogni diritto c’è lavoro. E sappiamo anche il contrario: quando il lavoro viene svalutato, il diritto si svuota. Sosteniamo con convinzione questa doppia raccolta firme: vogliamo una sanità pubblica capace di curare tutte e tutti e un lavoro che non perda valore né tutela quando entra in un appalto. La raccolta firme parte nelle piazze, per proseguire in tutti i luoghi del lavoro pubblico”.