All’attivo delle delegate e delegati Fp Cgil Lombardia il segretario regionale Pusceddu avverte: “Bisogna assumere e rendere attrattivi gli enti locali. Per com’è l’ossatura dei comuni lombardi, di cui il 68,9% sotto i 5000 abitanti e con 24mila euro di reddito medio, ridurre i servizi pubblici significa colpire i più poveri. Lo ribadiremo anche in piazza a Milano il 13 maggio”
17 apr. 2023 – “Il lavoro agile, praticato sotto la pandemia, deve comunque rimanere nelle pubbliche amministrazioni”. Dino Pusceddu, al suo primo attivo Fp Cgil Lombardia delle delegate e delegati delle Funzioni Locali da segretario regionale, ricorda che lo smart working è stato disciplinato nel nuovo contratto nazionale ma che ci sono, da parte degli enti locali, “le spinte a tornare indietro”.
E allora, “con il nuovo decentrato dobbiamo dare una risposta, dobbiamo dire chiaramente che il lavoro agile è un modello di innovazione. Non solamente per tutelare i dipendenti, non solamente per fare in modo che il lavoro pubblico diventi più attrattivo, ma anche perché significa un modello gestionale diverso, legato non più al controllo diretto dell’attività lavorativa ma agli obiettivi e ai risultati che si possono raggiungere”.
Tra i temi affrontati da Pusceddu, e poi ripresi nel dibattito dal capo area della Fp Cgil nazionale, Alessandro Purificato, collegato via Zoom, c’è stata l’applicazione del nuovo contratto nazionale (siglato il 16 novembre 2022), che ha “profondamente rinnovato la struttura dei rapporti con le parti datoriali e avviato il sistema delle carriere all’interno degli enti locali, che abbiamo la necessità di governare”. Anche a fronte, ancora una volta, della “spinta conservatrice da parte delle amministrazioni che porta i segretari comunali e i dirigenti a cercare, come nel famoso ‘Gattopardo’, di cambiare tutto per non cambiare nulla”. Riproponendo, in sostanza, gli stessi schemi vigenti ante rinnovo contrattuale.
“Con il contratto nazionale dobbiamo risolvere tutta una serie di problemi nati in questi anni come il mancato riconoscimento delle professionalità che abbiamo all’interno degli enti (polizia locale, demografici, tecnici, educatori, tra gli altri) – spiega il sindacalista -. E attraverso il decentrato dobbiamo dare risposte concrete alle lavoratrici e ai lavoratori. Dobbiamo spingere per il maggior numero possibile di progressioni verticali nonostante le risorse siano poche o non sufficienti nei piccoli enti. Il problema del finanziamento dello 0,55% va posto anche per il prossimo ccnl, in modo che quelle risorse vengano rifinanziate anno per anno, per dare una risposta in contrattazione a tutte le professionalità che ci sono”.
Sulla valorizzazione delle professionalità a tutto tondo e a tutti i livelli, Pusceddu ha un chiodo fisso: “la nostra sfida come Cgil, come sindacato confederale, è quella di aumentare le risorse guardando all’unitarietà del contratto nazionale, tenendo insieme tutte le professioni”. Bando dunque alle spinte corporative. “Il lavoro pubblico negli enti locali non va avanti se non è un lavoro unitario delle professioni”, evidenzia.
Un’altra questione importante è il modello di gestione dei servizi. “Sappiamo cosa sta andando avanti, soprattutto su alcune professioni, come la polizia locale e gli assistenti sociali, con il rischio legato alla loro attività. Si ragiona su modelli sovracomunali, come l’Unione dei comuni o le convenzioni tra la polizia locale o le aziende speciali all’interno dei servizi sociali. Dobbiamo capire qual è il modello più idoneo e quale rappresenta meglio le professionalità – afferma Pusceddu -. In Lombardia l’ossatura delle autonomie locali è fatta di piccoli o piccolissimi comuni, 1036 su 1504 sono sotto i 5000 abitanti, ovvero il 68,9%. Quei comuni sono quelli con meno personale in proporzione alla popolazione: ci sono 3,96 dipendenti ogni 1000 abitanti. Vuol dire che gran parte della popolazione lombarda ha meno servizi e meno diritti”.
In 12 anni, dal 2009 al 2021, gli enti locali lombardi hanno perso quasi il 20% di lavoratrici e lavoratori. “Per la precisione 15.346 unità. Sono dati da crisi industriale, di un settore che sta scomparendo”, avverte Pusceddu, indicando anche nelle esternalizzazioni altri brutti segnali, sia in termini di legalità che di qualità dei servizi resi. “I servizi pubblici esternalizzati funzionano peggio e costano di più ai cittadini, con cui dobbiamo cercare un’alleanza”.
“Gli enti locali hanno la necessità di assumere, altrimenti la qualità dei servizi sarà minore e il posto pubblico non sarà appetibile. Questo succede soprattutto nei piccoli comuni dove il reddito medio è più basso. Lì servirebbe più servizio pubblico e non meno, perché lì sta la povertà. Nei comuni sotto i 5000 abitanti il reddito medio è di 24mila euro contro i 28mila medi complessivi in Lombardia”.
Dunque? “Ridurre i servizi pubblici significa colpire i più poveri. Per questo come Cgil abbiamo come prima rivendicazione quella di un piano straordinario per l’occupazione. E, anche tramite la mobilitazione unitaria con Cisl e Uil, bisogna fare capire a tutti i cittadini che non avere un dipendente pubblico non significa solamente che c’è un posto di lavoro in meno, ma che ci sono meno servizi. Lo diremo anche, come Fp Cgil Lombardia, alla manifestazione interregionale unitaria di Milano del prossimo 13 maggio, insieme alla richiesta di più salario (se non si mettono adesso le risorse per il rinnovo del contratto perderemo quantomeno gli arretrati relativi a questi anni) e più assunzioni per le pubbliche amministrazioni”.
Ma c’è anche la necessità di renderle più attrattive. “Non solo vengono fatti pochi concorsi ma vanno a vuoto e le persone che partecipano hanno una scarsa preparazione. Nel pubblico le retribuzioni sono più basse e negli enti locali anche di più, oltre alla scarsa valorizzazione delle professionalità. Bisogna fare azioni che promuovano i posti di lavoro pubblici. Anche attraverso accordi specifici con le scuole e le università”.