Dall’assemblea Fp Cgil Lombardia con le lavoratrici e i lavoratori del Ministero emerge un sistema tenuto in piedi dal senso del dovere, ma svuotato da carenze di personale, stipendi bassi e mancati investimenti
8 mag. 2026 – “Nel distretto siamo passati da una carenza di personale amministrativo al 29%, 3 anni fa, e adesso siamo al 40,1%. Una situazione di questo genere, in una normale impresa, costringerebbe gli amministratori a portare il libro in tribunale. Non si può lavorare con meno del 40% di personale amministrativo e stiamo parlando di personale che è veramente un supporto importantissimo”. Lo ha detto Giuseppe Ondei, presidente della Corte d’Appello di Milano, intervenendo in apertura dell’assemblea regionale della Fp Cgil Lombardia con le lavoratrici e i lavoratori di tutti i Dipartimenti del Ministero della Giustizia, riuniti nell’Aula Magna del Tribunale di Milano e collegati da remoto dai luoghi di lavoro della regione.
E il tema è estensivo: se la giustizia (lombarda) fosse un’azienda privata avrebbe già dichiarato fallimento.
L’assemblea regionale è stata moderata da Cesare Bottiroli, segretario Fp Cgil Milano, che ha colto l’occasione per tornare sul referendum sulla riforma della giustizia del Governo Meloni e il no “chiaro, netto e deciso” del popolo italiano. Per rilanciare il Ministero non serve modificare la Costituzione ma “ben altro”: investimenti reali per superare una “situazione endemica di forte carenza di organico”.
Ed è tale carenza a incidere pesantemente. Per il personale, questa emergenza ormai strutturale si traduce in carichi crescenti, responsabilità moltiplicate, malattie vissute come un problema organizzativo invece che come un diritto, ferie complicate.
La giustizia continua a camminare perché il personale tiene. Anche per questo il presidente Ondei ha ringraziato lavoratrici e lavoratori: “Se non ci fossero persone che hanno il senso del dovere non avremmo dei risultati anche nel mondo della giustizia così positivi, perché molte volte si lavora con carenza di mezzi e di strutture”. Un riconoscimento che, al tempo stesso, evidenzia come lo Stato si dimostri un datore di lavoro e un amministratore inefficiente, incapace di garantire sia la funzionalità dei servizi che la sicurezza dei propri dipendenti.
Il senso del dovere può bastare come carburante di un Ministero sotto organico, se non può coprire le assunzioni che mancano, i concorsi che non funzionano, gli stipendi che non bastano, gli edifici insalubri, gli strumenti informatici inadeguati?
L’assemblea aveva in scaletta gli interventi di Dino Pusceddu, segretario Fp Cgil Lombardia; Felicia Russo, coordinatrice nazionale Giustizia Fp Cgil; Mimmo Silipigni, coordinatore Giustizia Fp Cgil Lombardia; Andrea De Santo, coordinatore regionale Dipartimento Amministrazione Penitenziaria. Mentre le conclusioni le ha tirate Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil.
La crisi degli organici, l’organizzazione del lavoro, la questione salariale si intrecciano, diventando temi roventi in territori dove il caro vita morde di più e fa perdere attrattività ai servizi pubblici. “Senza personale sufficiente, riconosciuto, stabile e con uno stipendio dignitoso, la giustizia non regge; e quando non regge la giustizia, sono tutti i cittadini a pagare lo scotto – ha detto Pusceddu -. I contratti di lavoro servono e vivono solamente se hanno dentro le problematiche che arrivano dai posti di lavoro. Noi dobbiamo recuperare la dignità che ha il contratto nazionale come autorità salariale”, ha evidenziato, guardando alle trattative per il rinnovo del ccnl 2025-2027, dopo che la Fp Cgil ha scelto di non firmare quello precedente che ha eroso circa il 10% del salario reale.
Anche per questo, ha sottolineato il segretario Fp Cgil Lombardia, serve “tenere insieme l’ambito del contratto nazionale, che deve garantire tramite il proprio stipendio di arrivare alla fine del mese, e un ambito di valorizzazione a livello territoriale tramite gli strumenti della contrattazione integrativa”.
“Se non cambiamo, questo Ministero è destinato a chiudere. Non so come altro dirlo”. La coordinatrice nazionale Felicia Russo ha lanciato un grido d’allarme durissimo. Il sistema è ostaggio di una “arretratezza organizzativa” che schiaccia le professionalità in una gerarchia di “vassalli, valvassori e valvassini”, ferma di fatto al 1996. Con 18.000 assistenti spesso laureati ma sottopagati, il Ministero della Giustizia ha perso ogni attrattività. Il nuovo ordinamento professionale è bocciato come un “maquillage” gattopardesco che, cambiando solo i nomi, finisce per bloccare le carriere. L’Ufficio per il Processo si è mostrata via per la modernizzazione. Farlo fallire significherebbe anche sprecare, oltre a professionalità, i fondi del Pnrr, da restituire all’Europa con gli interessi. La sfida è una riqualificazione totale per alzare le medie salariali e garantire finalmente dignità e stabilità a tutto il personale. “Nessuno deve più raccontarci favole”, rimarca Russo.
Per Mimmo Silipigni, coordinatore regionale Fp Cgil, 37 anni di servizio, il sistema ha “toccato il fondo” e ora sta pericolosamente “scavando”. Da questo degrado il sospetto che ci sia una precisa volontà politica dietro il malfunzionamento della giustizia. La scopertura di personale ha costretto il GIP di Milano a sospendere gran parte delle attività fino al 30 giugno 2026, garantendo solo i servizi essenziali.
Di fronte ai ringraziamenti formali delle istituzioni per lo spirito di sacrificio dei dipendenti, la risposta è un richiamo deciso alla realtà economica. “Parliamoci chiaro, ormai della pacca sulle spalle non ce ne facciamo più niente, anche perché con la pacca sulle spalle non ci mangi”, osserva Silipigni. Definendo inoltre un’assurdità investire nella formazione dei precari dell’Ufficio per il Processo per poi licenziarli, quando vanno tutti stabilizzati.
La crisi attraversa anche l’Amministrazione Penitenziaria, a un bivio. Lo ha spiegato il coordinatore regionale Dap Andrea De Santo che ha richiamato le criticità di un settore dove carenze di organico con punte del 30%, carichi pesanti e distribuzione delle risorse (“non ci pagano più neanche gli straordinari”) si legano a una visione sempre più sbilanciata sul versante securitario. Educatori, assistenti sociali, personale civile e Polizia penitenziaria sono parte di un equilibrio delicato: se lo si rompe, si indebolisce l’intero sistema. La sfida – avverte De Santo – non è solo economica, ma di identità: resistere a una riorganizzazione che vuole separare la sicurezza dalla gestione civile e pedagogica, proponendo un modello alternativo che tuteli la funzione sociale della pena.
“Il sistema giudiziario è uno dei pilastri fondamentali del sistema pubblico come fattore di garanzia dei diritti delle persone e come garanzia di uguaglianza”, ha detto nelle conclusioni Giordana Pallone, segretaria nazionale Fp Cgil, portando la vertenza della giustizia dal piano sindacale al rango costituzionale. Difendere il servizio pubblico significa garantire che “non ci si debba piegare al diritto del più forte”.
Pallone punta il dito contro un modello di sviluppo fallimentare che non ha risparmiato la pubblica amministrazione: “Anche lavorando si rischia di essere poveri”. La crisi di attrattività del Ministero non è dunque un problema geografico (Milano-Lombardia vs Sud) ma un problema di salari fondamentali insufficienti per una vita dignitosa. È il cuore della funzione pubblica a essere sotto attacco da un “impoverimento progressivo” dettato da blocchi decennali di contratti e assunzioni.
Tornando sulla gestione dei fondi europei del Pnrr, la segretaria nazionale Fp Cgil parla di “miopia politica”. Disperdere le 12.000 professionalità dell’Ufficio per il Processo dopo aver investito anni nella loro formazione è “un tasso di irresponsabilità da parte del datore di lavoro che non è comprensibile”, specialmente quando lo Stato sceglie di investire in “armamenti” a scapito dei servizi ai cittadini.
Anche sul fronte penitenziario (Dap), Pallone respinge la deriva governativa del “prendo e butto la chiave”: separare la gestione della Polizia da quella del personale civile non è solo una scelta organizzativa, ma un tradimento dell’articolo 27 della Costituzione e della finalità rieducativa della pena.
In questo scenario, il rinnovo del contratto nazionale diventa il termometro della qualità democratica: “È nel contratto che si determinano le tutele, le garanzie dei diritti” e, soprattutto, “la garanzia di una vita dignitosa”. Per la Fp Cgil, il lavoro deve tornare a corrispondere a una retribuzione adeguata, sanando quella promessa costituzionale che “oggi troppo spesso viene negata”.