13 May 2026
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Protezione internazionale / La catena di montaggio nelle Commissioni lombarde

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Precarietà quasi pari al personale stabile, produttività imposta e diritti compressi. Ferraccio, Fp Cgil: “Se si misura tutto sul conteggio, il diritto d’asilo viene trattato come una produzione a pezzi. Ma qui siamo di fronte a vite umane”.

13 mag. 2026 – Nelle Commissioni territoriali lo Stato, attraverso le lavoratrici e i lavoratori, valuta chi chiede protezione internazionale e se quella protezione debba essere riconosciuta. Ma in tutto il Paese questo presidio è sotto pressione: più audizioni, più decreti, più pratiche da chiudere. Il personale lavora tra precarietà, ritmi serrati, diritti compressi e strumenti informatici che spesso complicano invece di aiutare.

Ieri, al termine dell’assemblea nazionale delle lavoratrici e dei lavoratori delle Commissioni territoriali per la protezione internazionale e della Commissione nazionale per i richiedenti asilo, Fp Cgil e NIdiL Cgil hanno proclamato lo stato di agitazione. La denuncia è netta: il sistema regge ancora “grazie al lavoro di poche centinaia di persone che, nonostante l’indegno trattamento finora ricevuto, mettono a disposizione dello Stato le proprie capacità, competenze e professionalità”. Per le categorie, il Ministero dell’Interno guarda soprattutto alla velocità con cui “si devono sbrigare le pratiche”, mentre crescono ritmi insostenibili, precarietà, compressione dei diritti del personale e rischi per i diritti fondamentali di chi arriva.

In Lombardia il quadro non cambia, anzi peggiora: nelle Commissioni territoriali di Milano, Brescia e Monza Brianza, il lavoro precario pesa ormai quasi quanto quello stabile: quasi 9 precari ogni 10 lavoratrici e lavoratori a tempo indeterminato.

Dopo il coordinamento Fp Cgil e NIdiL Cgil Lombardia del 30 aprile scorso, e dentro il quadro di mobilitazione aperto dall’assemblea nazionale di oggi, facciamo il punto sulla situazione lombarda con Andrea Ferraccio, coordinatore regionale Fp Cgil. A Roma, lo spaccato lombardo è stato portato anche dagli interventi in presenza di Michela Copetta, assistente amministrativa della Commissione territoriale di Brescia, e Giuliana Saggio, della Commissione territoriale di Milano e Rsu alla Prefettura.

Partiamo dal lavoro precario. Che cosa ci dice questo dato?

“Siamo davanti a una contraddizione enorme. Le Commissioni svolgono una funzione delicatissima dello Stato. Non parliamo di attività accessorie, ma di audizioni, istruttorie, decreti, notifiche, contenzioso. Decisioni che incidono sulla vita delle persone. Un sistema così non può stare in piedi con la scadenza del contratto appesa sopra la testa di chi lavora. Una precarietà così alta è esito di una visione politica che ha trattato come emergenziale un fenomeno che ormai è strutturale. Le Commissioni territoriali svolgono una funzione permanente dello Stato, ma l’amministrazione ha continuato a rispondere con soluzioni temporanee, ricorrendo in modo massiccio alla somministrazione invece di programmare assunzioni stabili. È una scelta miope. Le lavoratrici e i lavoratori precari maturano competenze complesse, reggono pezzi interi dell’organizzazione, ma restano senza prospettiva. Così si indebolisce il lavoro e si indebolisce il servizio pubblico”.

Quali sono, oggi, i problemi principali nelle Commissioni territoriali lombarde?

“Il tema di fondo è che una funzione molto complessa viene organizzata come se fosse semplice. Oltre all’altissima precarietà, ci sono obiettivi numerici sulle audizioni, report quotidiani sui decreti, una produttività cieca. Gli strumenti informatici non funzionano come dovrebbero, la formazione viene sacrificata, l’accesso a ferie, permessi, lavoro agile, legge 104 e assemblee sindacali diventa sempre più complicato. Centrale è anche il tema della salute. Chi lavora nelle Commissioni ascolta ogni giorno storie di dolore, fuga, violenza, persecuzione. Storie che ti entrano nelle ossa. Poi ci sono le nuove sfide, dall’intelligenza artificiale al Patto europeo sulla migrazione e l’asilo, che arrivano senza sufficiente chiarezza. In sostanza, si chiede alle lavoratrici e ai lavoratori di tenere insieme tutto, anche ciò che l’amministrazione non organizza”.

Che cosa servirebbe per proteggere davvero la salute del personale?

“Servono misure strutturali: supporto psicologico individuale, monitoraggio sistematico dello stress lavoro-correlato. E serve una diversa organizzazione del lavoro. Per noi va previsto un massimo di tre giorni a settimana dedicati alle audizioni, perché il resto del tempo serve per studiare, valutare, scrivere, confrontarsi. Il rischio di stress e burnout è concreto, e la salute mentale non è un tema accessorio: è una condizione per lavorare bene e per garantire decisioni corrette”.

Produttività cieca: che cosa significa, concretamente?

“C’è una richiesta insistente di fare due audizioni al giorno e di garantire un numero costante di decreti caricati a sistema. Formalmente questi obiettivi vengono presentati come tendenziali, ma nella pratica vengono vissuti come obblighi. Due audizioni possono sembrare poche solo a chi non sa che cosa sia un’audizione. Prima bisogna studiare il fascicolo, poi ascoltare la persona, fare domande corrette, valutare il racconto, il contesto del Paese di origine, le eventuali vulnerabilità. Dopo bisogna scrivere e motivare. Se si misura tutto sul conteggio, il diritto d’asilo viene trattato come una produzione a pezzi. Ma qui siamo di fronte a vite umane”.

Che effetto ha questa corsa sui diritti di chi lavora?

“Ci sono diritti che rischiano di restare tali solo sulla carta. Se prendi un permesso, poi devi recuperare. Se chiedi il lavoro agile, vieni trattato come se stessi tirando il freno. Il paradosso è che questa pressione colpisce anche chi avrebbe più bisogno di flessibilità: genitori di figli minori, persone con invalidità, lavoratrici e lavoratori che assistono familiari con la legge 104. Se vai in formazione, il lavoro si accumula. Così molte lavoratrici e molti lavoratori rinunciano o riducono l’accesso alle proprie tutele per non essere travolti dal carico successivo. Ogni diritto viene letto come un intralcio alla produttività. E questo non è accettabile. È una distorsione che logora le persone e impoverisce anche il servizio. Va aggiunto che molte figure restano invisibili. I funzionari istruttori conducono le audizioni e preparano i provvedimenti. Le segreterie rintracciano i richiedenti asilo, contattano interpreti e legali, organizzano decine di convocazioni al giorno, gestiscono notifiche, fascicoli, scadenze. Il personale amministrativo e quello del contenzioso seguono attività critiche, comprese le memorie difensive. E poi c’è il personale storico, quello che nel 2005 ha sostanzialmente aperto le Commissioni territoriali e ne ha costruito il funzionamento quotidiano. Penso in particolare ai funzionari di area terza impegnati nelle attività amministrative: a loro non è stato consentito di scegliere se passare, con la necessaria formazione, anche alle audizioni. È un mancato riconoscimento di competenze ed esperienza. Un altro modo in cui il sistema usa il lavoro, ma fatica a valorizzarlo”.

Il personale in somministrazione vive una condizione ancora più difficile?

“Sì. Svolge funzioni essenziali, spesso analoghe a quelle del personale di ruolo, ma con meno tutele e senza prospettiva stabile. Non può prestare straordinario retribuito e quindi subisce una intensificazione del lavoro. In alcune realtà viene impiegato su procedure considerate più rapide, sulla base della nazionalità del richiedente o del tipo di procedura, come le reiterate o le accelerate. È una divisione sbagliata: crea lavoratrici e lavoratori di serie diverse dentro lo stesso ufficio e disperde competenze che lo Stato dovrebbe trattenere e valorizzare”.

Ma è ancora possibile che gli strumenti informatici non funzionino a dovere?

“Il Sistema unico asilo, il SUA, spesso rallenta invece di semplificare. I ticket di assistenza restano inevasi per mesi, alcune informazioni non sono disponibili a chi dovrebbe usarle, gli aggiornamenti non seguono i cambiamenti reali. Da qui lavoro aggiuntivo, tempi più lunghi, sprechi. Se il sistema non aggiorna correttamente la posizione di una persona, possono esserci convocazioni inutili, raccomandate a vuoto, interpreti pagati per audizioni che non si faranno. Questa cattiva organizzazione si traduce in fatica per il personale e disservizio per tutti. C’è poi il problema del doppio binario sulle notifiche. Le norme sono cambiate, ma il sistema informatico non è stato adeguato. Così può accadere che una notifica parta automaticamente dal SUA con raccomandata, mentre la segreteria deve inviare anche una PEC fuori sistema, se è disponibile l’indirizzo dell’avvocato o del richiedente – racconta Ferraccio -. Due canali, due date, più passaggi, più rischio di errore. Quindi, se manca personale, se il sistema informatico non funziona, se le informazioni non circolano tra Questure, Prefetture e Commissioni, tutto si scarica sugli uffici. Il servizio va avanti grazie a un equilibrismo quotidiano”.

Perché la formazione è una garanzia?

“Chi lavora sull’asilo deve conoscere il diritto, i Paesi di origine, le condizioni politiche e sociali, le vulnerabilità, la tratta, le persecuzioni, i traumi, le situazioni di minori, donne, persone LGBTQIA+, persone con disabilità. Se la formazione viene spinta fuori dall’orario di lavoro o sacrificata perché bisogna fare audizioni e decreti, si manda un messaggio pericoloso: conta solo produrre. Invece, in questo lavoro, formarsi significa decidere meglio”.

C’è anche un problema di mobilità del personale?

“Sì. Chiediamo che il personale delle Commissioni territoriali sia integrato nella mobilità di tutto il personale dell’Amministrazione civile dell’Interno. In alternativa, chiediamo almeno che la Commissione Nazionale Asilo pubblichi ogni anno, con regolarità, i bandi per la mobilità ordinaria e per la legge 104. Anche questo è un tema di diritti e di buona amministrazione”.

L’intelligenza artificiale può entrare nelle audizioni per l’asilo?

“Può entrare solo con trasparenza totale, garanzie fortissime e controllo pubblico. Abbiamo saputo di sperimentazioni sull’intelligenza artificiale applicata alle audizioni. Vogliamo sapere chi le ha autorizzate, con quali finalità, usando quali dati, con quali garanzie. E vogliamo sapere se il sapere professionale delle lavoratrici e dei lavoratori è stato usato per addestrare algoritmi. Su una materia così sensibile non si procede al buio”.

Il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo cambierà il quadro. Gli uffici sono pronti?

“Il punto è che, a ridosso dell’entrata in vigore, mancano ancora indicazioni chiare. Non si può chiedere agli uffici di affrontare nuove regole senza disposizioni tempestive, formazione, confronto e strumenti adeguati. Ogni riforma, se non viene accompagnata, diventa un altro peso scaricato sul personale. Siamo anche preoccupati sulla collegialità delle decisioni. Se il potere decisionale si concentra troppo sul Presidente e, nello stesso tempo, aumenta la spinta a produrre un numero costante di decreti, si indebolisce l’imparzialità. Il diritto d’asilo non può dipendere dall’aria che tira”.

Quali sono, riepilogando, le proposte sindacali?

“Sono in linea con quelle della Fp Cgil e di NIdiL Cgil nazionali, che hanno proclamato lo stato di agitazione del personale dipendente e somministrato della Commissione Nazionale e delle Commissioni Territoriali. Il primo punto è il reclutamento stabile: servono concorsi per assumere il personale necessario a far funzionare le Commissioni, superando il ricorso strutturale al lavoro precario e valorizzando l’esperienza maturata da chi lavora in somministrazione. Poi servono condizioni organizzative sostenibili, formazione dentro l’orario di lavoro, strumenti informatici funzionanti, tutela della salute psicofisica, mobilità regolare, riconoscimento delle professionalità e delle responsabilità. La Commissione Nazionale Asilo deve chiarire gli obiettivi numerici: non possono essere presentati come tendenziali e poi vissuti negli uffici come obblighi.

Ma c’è anche un punto politico più generale. Basta propaganda sulla pelle delle persone migranti e di chi lavora nell’asilo. Se si continua a trattare l’immigrazione solo come questione di sicurezza, se si parla di persone come pratiche da smaltire, si indeboliscono i diritti di chi arriva e si precarizza il lavoro di chi garantisce il servizio pubblico. Noi rifiutiamo questo declino: continueremo a batterci per il valore e la dignità di chi lavora e delle persone migranti”.