20 Apr 2026
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Sanità privata a Bergamo: è “Codice Rosso”

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Mentre le cliniche private registrano utili milionari, chi cura viene spremuto fino al limite. Dall’indagine della Fp Cgil orobica emerge un settore piegato da carichi insostenibili, salari poveri e fuga di professionalità. Il 17 aprile sciopero unitario nazionale, con manifestazione a Roma.

16 apr. 2026 – Quanto può reggere un settore quando a tenere in piedi le corsie sono lavoratrici e lavoratori caricati oltre misura? È la domanda che attraversa l’indagine “Codice Rosso”, presentata ieri mattina dalla Fp Cgil Bergamo, e che fotografa una sanità privata sempre meno attrattiva e sempre più fragile. In tre anni, nel territorio orobico, le lavoratrici e i lavoratori sono calati di circa il 10%. Una fuoriuscita che scarica ulteriore pressione su chi resta e indebolisce la tenuta stessa del servizio.

Mentre gli utili delle strutture vanno a gonfie vele, il lavoro di cura viene tirato fino allo sfilacciamento. L’indagine della Fp Cgil Bergamo, costruita su 207 questionari, pari al 9% della popolazione aziendale del settore a livello locale, mostra quanto lavoratrici e lavoratori siano sempre più compressi, insieme a tempi, pause, salari e riconoscimento professionale. Il copione è tristemente noto: i margini si difendono scaricando il peso su chi lavora.

A tenere in piedi il comparto sono le sue professionalità più solide. Il 74% del campione ha oltre dieci anni di esperienza nella sanità privata, e la metà supera i vent’anni di esperienza. Ma è proprio quel patrimonio che oggi viene consumato da organici ridotti, carichi crescenti e buste paga che non trattengono più.

“È una filiera che si sta sfarinando dall’interno. L’88% denuncia un aumento dei carichi di lavoro negli ultimi anni. Per il 54% quei carichi sono ormai poco o per nulla sostenibili. Quando un collega manca all’improvviso, nel 66% dei casi non viene sostituito. E infatti il 60% dice che il numero di addette e addetti presenti è raramente o mai adeguato alle attività da svolgere. Nei fatti non c’è una vera programmazione ma una rincorsa continua all’emergenza”, spiega Andrea Bettinelli, che per Fp Cgil Bergamo ha curato l’indagine.

A pagare è la qualità dell’assistenza: due lavoratori su tre, il 66%, dichiarano di non avere mai o solo saltuariamente il tempo necessario per fare bene il proprio lavoro. “E quando il tempo per curare diventa insufficiente, il problema non è più solo di chi indossa una divisa: riguarda tutti”, evidenzia il funzionario sindacale.

Anche l’organizzazione dei turni racconta il malessere. Il 49% vive con turni decisi di mese in mese e senza una matrice stabile. Il 31% riceve la programmazione con pochi giorni di anticipo. Un altro 49% è chiamato spesso o molto spesso a coprire cambi o turni all’ultimo momento. “In pratica, si chiede flessibilità assoluta, ma si restituisce precarietà organizzativa. E la vita personale diventa residuale. Il riposo, infatti, è uno dei primi diritti a saltare”, considera Bettinelli. “Il 45% salta spesso o molto spesso la pausa durante il turno. Il 51% non è riuscito a programmare o a utilizzare tutte le ferie maturate. La causa principale è la carenza di personale. In parallelo, il 49% fa straordinari o prolunga spesso o molto spesso il turno. Una scelta che le aziende hanno normalizzato”.

Dentro questo quadro, lo stress lavorativo è ormai strutturale: il 96% degli intervistati dichiara di aver vissuto forti condizioni di stress nell’ultimo anno. Il 51% si trova in una condizione di stress cronico, con rischio elevato di burnout. “Tutto ciò mostra il logoramento sistemico che investe persone, reparti, qualità del lavoro e tenuta complessiva del servizio”, commenta Bettinelli.

Sul piano economico, il quadro si incupisce. Il 79% afferma che il proprio reddito complessivo garantisce poco o per nulla un tenore di vita adeguato. Solo il 4% considera adeguata la retribuzione rispetto a mansioni e responsabilità, mentre il 70% la giudica insufficiente o molto insufficiente. A questo si aggiunge il dato sul demansionamento: il 62% riferisce di svolgere spesso o molto spesso mansioni che non rientrano nel proprio profilo professionale.

“Non stupisce allora che la sanità privata perda attrattività proprio tra chi la conosce meglio. Il 50% non consiglierebbe di lavorare nella propria struttura. Solo il 18% risponde di sì. Quanto alla prospettiva di restare, il dato è ancora più netto: il 40% si dice in procinto di andarsene, il 31% sta valutando di cambiare, il 7% sta cercando attivamente un altro lavoro, il 2% è già in periodo di dimissioni. Il settore sta espellendo fiducia e competenze”, rimarca Bettinelli.

Per la Fp Cgil Bergamo, questa fotografia non può essere archiviata come una somma di criticità aziendali. Giorgio Locatelli, segretario generale della categoria, fissa il punto politico della vertenza: “La sanità privata continua a chiedere sacrifici senza riconoscere il valore del lavoro. Non si può tenere in piedi un pezzo così importante del welfare lombardo con organici ridotti, salari svalutati e diritti compressi. Il rinnovo del contratto e nuove assunzioni non sono più rinviabili. Per questo la mobilitazione non si ferma”, continua. “Le priorità indicate dalle lavoratrici e dai lavoratori sono nette: dignità salariale per il 38%, riconoscimento professionale per il 29%, ritmi sostenibili e migliore organizzazione del lavoro per il 23%. Lo sciopero unitario del 17 aprile è un passaggio necessario per rimettere tutte queste rivendicazioni al centro. E lo diremo con forza anche a Roma”.

Piccola nota di rigore: il testo ora è pulito e scorre bene. Restano da validare con Locatelli e Bettinelli i virgolettati diretti costruiti su base dei materiali, prima della pubblicazione definitiva.

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