L’ipotesi di accordo nazionale porta i medici di medicina generale nelle Case della Comunità per un massimo di sei ore settimanali, senza modificare il rapporto convenzionale. Giorgio Barbieri, coordinatore Mmg di Fp Cgil Lombardia e nazionale: “Si aggiungono turni, ma non si costruisce un servizio capace di seguire le persone nel tempo”.
25 giu. 2026 – Mentre cittadine e cittadini faticano a trovare un medico o un appuntamento per una visita in tempi ragionevoli, la riforma complessiva della medicina generale è stata fermata. Al suo posto arriva un accordo che si limita a organizzare alcune ore di attività nelle Case della Comunità, lasciando intatto il rapporto convenzionale.
Lo scorso 23 giugno Sisac, la delegazione pubblica che tratta gli accordi del personale sanitario convenzionato, ha firmato con Fimmg e Fmt un’ipotesi di Accordo collettivo nazionale (Acn). L’intesa prevede, per una specifica platea di medici titolari, fino a sei ore settimanali nelle Case della Comunità, pagate 38,72 euro lordi omnicomprensivi all’ora.
Per Giorgio Barbieri, coordinatore nazionale e lombardo dei Medici di medicina generale Fp Cgil, l’accordo lascia intatto il problema.
“Il cambiamento che chiediamo da anni, quello che migliorerebbe la vita di medici e pazienti, è stato ancora una volta accantonato”, esordisce.
Perché considerate sbagliato questo accordo?
“Perché si aggiunge un’attività a ore senza cambiare il modello. Noi chiedevamo di permettere a medici di medicina generale e pediatri di libera scelta di passare, su base volontaria, alla dirigenza del Servizio sanitario nazionale, quindi a un rapporto di lavoro dipendente. Avrebbero così avuto tutele piene: ferie retribuite, malattia, maternità e Tfr. Oggi un medico di famiglia che va in ferie deve trovare e pagare il proprio sostituto. Con questo accordo resta un libero professionista convenzionato che entra nella struttura pubblica per svolgere alcune ore. Non è così che si costruisce un gruppo stabile di professioniste e professionisti capace di seguire le persone”.
I cittadini vedranno comunque più medici nelle Case della Comunità. Non è un passo avanti?
“Non basta mettere un medico di turno dentro un edificio per parlare di passo avanti. L’accordo punta a garantire la presenza di almeno un medico nella fascia tra le 8 e le 20, ma le presenze dei singoli medici possono essere organizzate in blocchi continuativi di almeno tre ore e i professionisti possono alternarsi. Il rischio è trovare un medico diverso nel corso della giornata, senza una responsabilità condivisa e continuativa sul paziente. In un sistema territoriale davvero organizzato, invece, il medico dovrebbe essere parte stabile di un’équipe insieme a infermieri, specialisti, personale amministrativo e servizi sociali. Qui rimaniamo dei turnisti”.
Questo accordo serve però a raggiungere almeno gli obiettivi del Pnrr. Non era necessario?
“L’accordo nasce per rispettare gli impegni del Pnrr, il piano nazionale di ripresa e resilienza finanziato dall’Europa, ma rispettare una scadenza non significa garantire un buon servizio. Il Pnrr finanzia edifici, ristrutturazioni e tecnologie. Per far funzionare quelle strutture ogni giorno servono personale, organizzazione e risorse durature. Senza questi elementi rischiamo di avere sedi aperte sulla carta, ma incapaci di farsi carico nel tempo delle persone. Non si può usare il Pnrr per nascondere l’assenza di una vera organizzazione territoriale”.
Che fine ha fatto la specializzazione universitaria in medicina generale?
“In questo accordo non c’è. È una vergogna. La specializzazione universitaria è una rivendicazione storica della Fp Cgil, rimasta ancora una volta senza risposta. Si continuerà con i corsi regionali di formazione specifica in medicina generale. Noi insisteremo nel rivendicare una scuola di specializzazione universitaria vera, di quattro anni, come per le altre discipline mediche: significa riconoscere la complessità e la dignità del nostro lavoro, attirare le nuove generazioni verso questa professione e integrare meglio la medicina generale nel Servizio sanitario”.
Quindi, per la Fp Cgil, questa ipotesi di Acn è da bocciare?
“Sì. Non viene toccata nemmeno la quota capitaria, cioè il compenso che il medico riceve per ogni persona iscritta nel proprio elenco. Da qui si comprende l’immagine del ‘medico-negoziante’: più assistiti hai, più cresce una parte del compenso. Ma le persone non sono clienti e la salute non è una merce. Il rischio è che continui a pesare soprattutto il numero degli assistiti, anziché il tempo dedicato e la qualità delle cure.
Noi chiedevamo di superare progressivamente questo meccanismo, riconoscendo le ore effettivamente lavorate e legando una parte del compenso a risultati concreti di salute: per esempio, quanto bene vengono seguite le persone con patologie croniche e quante complicazioni si riescono a prevenire – chiarisce Barbieri -. A questo sistema si aggiunge ora un compenso orario per l’attività nelle Case della Comunità, ma non cambiano il rapporto di lavoro e le tutele. Si aggiungono ore, non si riforma la medicina territoriale – ribadisce -. E se il servizio pubblico non assume, non programma e non organizza stabilmente l’assistenza, aumenterà il ricorso a cooperative, esternalizzazioni e professionisti a gettone – avverte -. La sanità pubblica deve avere come obiettivo la prevenzione e la salute delle persone, non la mera produzione di prestazioni”.
La riforma generale si è fermata, il bisogno di salute no.
“Sul territorio i medici di medicina generale continuano a non bastare e troppe Case della Comunità non dispongono ancora delle professionalità necessarie. Chi cerca assistenza incontra ogni giorno liste d’attesa, servizi magari anche difficili da raggiungere e percorsi frammentati. La Cgil, insieme a più di cento associazioni e realtà sociali, sta sostenendo una proposta di legge di iniziativa popolare attraverso una raccolta firme, per ottenere un cambio di passo, rafforzare il Servizio sanitario nazionale e valorizzarne il personale. Con questa proposta chiediamo risorse adeguate e stabili, nuove assunzioni e una medicina territoriale pubblica capace di accompagnare le persone nel tempo. Firmare significa difendere la salute come un diritto e impedire che l’accesso alle cure dipenda dal reddito. Firmare è quindi una questione di salute, prima che sia troppo tardi”.