17 Jul 2026
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Contratto Funzioni Centrali, negli Ordini professionali la sfida è rendere esigibili i diritti

card ordini professionali

Dagli albi alle pratiche, dagli iscritti ai servizi al pubblico: negli enti ordinistici pochi dipendenti reggono attività decisive, che chiedono fondo costituito, lavoro riconosciuto e regole contrattate.

17 lug. 2026 – Tre dipendenti, cinque, sette. Negli Ordini professionali il contratto nazionale deve farsi largo in uffici ridotti all’osso, dove ogni norma rimasta sulla carta pesa subito sulla vita di chi lavora e sulla qualità del servizio. L’assemblea organizzata due giorni fa, on line, da Fp Cgil Lombardia con le lavoratrici e i lavoratori degli Ordini professionali, il segretario regionale Dino Pusceddu e il coordinatore nazionale Fp Cgil Matteo Ariano, alla luce dell’ipotesi di rinnovo del contratto delle Funzioni Centrali 2025-2027 del 9 giugno scorso, non è stata solo una riunione informativa ma il primo passo per rendere esigibili i diritti in un mondo ordinistico frammentato, dai consulenti del lavoro a ingegneri, avvocati e altre professioni.

Gli Ordini professionali sono enti pubblici non economici: presidiano albi, iscrizioni, procedimenti, formazione, rapporti con professionisti, cittadini e istituzioni. La piena applicazione del contratto riguarda quindi anche tenuta organizzativa, qualità del servizio e continuità amministrativa.

Perché firmare questo contratto dopo il no al triennio precedente?

“Il triennio 2022-24 non ha svolto il suo ruolo di autorità salariale: a fronte di un’inflazione al 16%, le risorse erano solo del 5,78%. Questo, invece, è un contratto innovativo, arrivato in tempi più rapidi rispetto al passato, che ha bisogno di essere spiegato e vissuto nei luoghi di lavoro. Abbiamo ottenuto uno stanziamento superiore al passato, con incrementi a regime di 161 euro per i funzionari e 133 euro per gli assistenti. Ma il punto, per noi, è anche un altro: verificare che gli incrementi contrattuali vengano applicati correttamente e che le risorse sulla produttività siano stanziate in ogni amministrazione, compresi gli Ordini professionali, dove gli organici ridotti e l’ampia autonomia gestionale rendono più lenta e piena di criticità l’applicazione del contratto”, risponde Pusceddu.

Negli Ordini professionali dove si gioca davvero l’applicazione del contratto?

“In enti spesso piccoli o piccolissimi, molte clausole fanno fatica a trovare spazio e il contratto non è applicato in pieno. Per la prima volta, però, la Dichiarazione congiunta n. 5 impegna formalmente gli enti alla corretta costituzione del fondo e alla distribuzione della produttività. Senza fondo la contrattazione integrativa resta monca e non si valorizza il lavoro svolto. Negli Ordini poche persone tengono insieme amministrazione, iscritti, procedimenti, scadenze e servizi al pubblico. Se quel lavoro non viene riconosciuto, si indeboliscono insieme le condizioni di chi lavora e la qualità dell’ente. Un ufficio piccolo non può diventare una zona franca del contratto nazionale”.

L’inflazione continua a mordere. Come si proteggono gli stipendi da qui al 2027?

“Attraverso un elemento di novità assoluta: la clausola di verifica prevista per luglio 2027. Fp Cgil tornerà al tavolo per monitorare l’andamento delle retribuzioni rispetto ai prezzi al consumo. Se il potere d’acquisto sarà andato sotto, interverremo. Dopo anni in cui salari e prezzi hanno corso a velocità diverse, non possiamo permettere che il contratto resti immobile: deve misurarsi con la realtà materiale delle lavoratrici e dei lavoratori”.

Carriere bloccate: c’è una via d’uscita per chi vuole crescere?

“Sì, nel nuovo testo contrattuale abbiamo eliminato un paradosso. Prima, chi passava di area, ad esempio da assistente a funzionario, si trovava di fatto escluso dalle progressioni economiche per tre anni, a causa delle regole sulle progressioni già effettuate. Ora il passaggio di area non blocca più automaticamente la partecipazione: chi cambia profilo può concorrere alle progressioni economiche della nuova area, nel rispetto dei requisiti previsti. È una richiesta che ci era arrivata proprio dalle lavoratrici e dai lavoratori e che abbiamo portato al tavolo nazionale. Qui questo passaggio pesa ancora di più: ogni competenza acquisita resta dentro l’ufficio, sostiene l’ente e garantisce continuità. Bloccare le carriere significa impoverire chi lavora, ma anche rendere meno attrattivi e meno solidi gli stessi Ordini”.

Smart working e flessibilità: cosa prevede il contratto?

“Abbiamo esteso le flessibilità orarie ai pendolari e ai genitori di figli con DSA: i ritardi dovuti ai mezzi non saranno più colpe, ma permessi da recuperare. Sullo smart working, la contrattazione integrativa potrà intervenire per situazioni come le ondate di calore, i cosiddetti bollini rossi, garantendo i servizi ma tutelando la salute da remoto. La flessibilità è organizzazione intelligente del lavoro: serve contrattare soluzioni sostenibili per le persone e per il servizio, non affidarle alla discrezionalità del momento”.

Buoni pasto, ferie, produttività: dove si gioca la partita concreta?

“Si gioca nella contrattazione integrativa. Il contratto nazionale apre spazi; ora bisogna portarli dentro ogni singolo ente: buoni pasto, ferie, fondo, produttività, flessibilità oraria. Sembrano temi ordinari, ma segnano il confine tra un diritto riconosciuto e una concessione lasciata alla discrezionalità. Il nostro compito è togliere questi temi dall’arbitrio e portarli nel perimetro delle regole contrattate”.

Salute e nuove tecnologie: cosa cambia?

“Viene introdotto il principio dell’essere umano al comando: l’intelligenza artificiale deve supportare il lavoro, non sostituire chi lavora. Sul piano dei diritti, arrivano i permessi per screening oncologici, sette ore ogni cinque anni per gli over 50, e la possibilità di usare il certificato del medico di base per giustificare le visite. Anche negli uffici ordinistici l’intelligenza artificiale rischia di entrare nella gestione degli albi, nelle pratiche amministrative, negli archivi, nei rapporti con gli iscritti. Proprio per questo non può essere subita: ogni innovazione che incide sull’organizzazione, sui carichi, sulla qualità del lavoro e sulla responsabilità degli atti deve passare dal confronto sindacale”.

Perché chiedere un mandato formale alle lavoratrici e ai lavoratori?

“Pratichiamo la democrazia. Ovunque, anche nei piccoli enti. E il fatto che un ufficio non abbia mille dipendenti non cambia il diritto a confrontarsi e decidere sulla stipula del proprio contratto di lavoro. Queste assemblee servono anche a noi per avere un feedback reale: un confronto sulle modalità di applicazione del contratto e l’impegno ad una costante presenza della Fp Cgil nell’applicazione degli istituti a carattere giuridico ed economico. Il mandato serve a trasformare le criticità raccolte nei territori in vertenza concreta: salario accessorio, organizzazione del lavoro, progressioni, salute, governo dell’innovazione. Per la Fp Cgil il contratto è uno strumento da portare dove rischia di restare più solo: dentro ogni Ordine, anche il più piccolo, perché nessun luogo di lavoro sia fuori dai diritti”.