14 May 2026
HomeIn evidenzaFirmiamo per rimettere in piedi la sanità pubblica

Firmiamo per rimettere in piedi la sanità pubblica

card Salute

Dal 15 maggio la raccolta firme Cgil per le due proposte di legge su sanità e appalti. Negri, Fp Cgil Lombardia: “Il Ssn deve restare nazionale, pubblico, universale”

14 mag. 2026 – Domani, 15 maggio, parte la raccolta firme per le due proposte di legge di iniziativa popolare promosse dalla Cgil su sanità pubblica e appalti. E dopo la giornata di lancio con le assemblee, si proseguirà da sabato 16 maggio anche nelle piazze. Sarà possibile firmare le due proposte non solo ai banchetti ma anche on line, sul sito del Ministero della Giustizia, per raggiungere entro settembre le 50mila firme da depositare in Parlamento.

Il tema della salute è trasversale e incrocia anche quello del lavoro in appalto. Per la sanità, la Cgil, con il Comitato per il rilancio del Servizio Sanitario Nazionale, chiede che il finanziamento pubblico raggiunga almeno il 7,5% del Pil entro il 2030, con aumenti progressivi dal 2027 e risorse vincolate al rafforzamento diretto delle strutture pubbliche.

“Servono interventi stabili per il Ssn, il diritto alla salute diversamente verrà sempre più messo in discussione. Lo vediamo già nella nostra regione, dove oltre 2 milioni di cittadine e cittadini hanno rinunciato a curarsi, mentre il ricorso al privato è diventato per molte persone una strada obbligata, non una libera scelta, viste le lunghe liste d’attesa nel pubblico. Liste d’attesa causate da precise scelte politiche che hanno contribuito ad acuire le carenze di personale sanitario”, osserva Sabrina Negri, segretaria Fp Cgil Lombardia.

Perché questa proposta di legge arriva adesso?

“Il Servizio Sanitario Nazionale è in una crisi sistemica che non garantisce più l’equità di accesso. Non è solo una questione di cassa, ma di visione: negli anni si è passati da un sistema centrato sul diritto a tanti sistemi regionali basati sulle regole del mercato – risponde Negri -. Ma il tema della tutela del diritto alla salute come categoria e con la Cgil non lo poniamo da adesso, è un chiodo fisso. E, per quanto riguarda le specificità della nostra regione, con il Comitato La Lombardia SiCura siamo attivi da tempo per cambiare paradigma e garantire un vero accesso alle cure a tutte e tutti”.

In Lombardia qual è la priorità?

Personale e territorio. Senza assunzioni stabili, senza superare i tetti di spesa, senza valorizzare chi cura, nessuna riforma cammina. Le Case della Comunità non possono essere insegne nuove sopra servizi vecchi e vuoti. Servono équipe, medici di medicina generale integrati nel Ssn, professionalità infermieristiche, tecnici, personale amministrativo, assistenti sociali. La cura nasce da lavoratrici e da lavoratori messi nelle condizioni di lavorare bene”.

Il 7,5% del Pil è il punto più citato nella proposta di legge. Come si evita che nuove risorse finiscano ancora fuori dal perimetro pubblico?

“L’incremento del finanziamento deve andare interamente al potenziamento dei servizi e dei percorsi di cura erogati direttamente dalle strutture pubbliche. Non serve aumentare il Fondo sanitario se poi quelle risorse alimentano lo stesso schema che ha indebolito il pubblico. Per questo è previsto che le Regioni non superino i livelli di spesa del 2024 per accordi e contratti con i privati accreditati. In Lombardia questo punto è decisivo: il pubblico deve tornare a programmare, assumere, curare. Non limitarsi a comprare prestazioni”.

La proposta esclude la tutela della salute dall’autonomia differenziata, è un passaggio centrale?

“Certo. La salute non può cambiare valore da una regione all’altra. Se una persona ha bisogno di curarsi, deve trovare una risposta esigibile, non una possibilità condizionata dal territorio in cui vive. L’autonomia differenziata, applicata alla sanità, rischia di rendere strutturali diseguaglianze già forti. Noi diciamo il contrario: il Ssn deve restare nazionale, pubblico, universale. La programmazione può essere regionale, ma il diritto deve essere uguale ovunque”.

La medicina territoriale è spesso evocata, anche se nella vita quotidiana molte persone non la vedono.

“La proposta rende prescrittivo lo sviluppo dell’assistenza territoriale. Distretti, Case della Comunità, Ospedali di Comunità non possono essere solo involucri ma devono diventare luoghi reali di presa in carico, con professionisti presenti, servizi sociali e sanitari integrati, partecipazione dei Comuni e delle comunità. Il territorio serve se evita che ogni bisogno finisca in pronto soccorso o venga scaricato sulle famiglie”.

Sui medici di medicina generale la Cgil propone il passaggio progressivo alla dipendenza dal Ssn.

“È una scelta necessaria. La proposta prevede una Scuola di specializzazione in medicina generale, di comunità e cure primarie, con un trattamento economico equiparato alle altre specializzazioni. Poi il passaggio, su opzione, alla dirigenza medica del Ssn. Questo non toglie valore alla medicina generale: la mette finalmente dentro una rete pubblica organizzata, con équipe multiprofessionali e continuità assistenziale”.

Non autosufficienza: in Lombardia è uno dei nodi più pesanti per anziani e famiglie. Qual è il cambio di passo?

“La svolta è dire che la non autosufficienza non è una questione privata. La proposta rafforza il Fondo nazionale, prevede assistenza domiciliare e sostegni adeguati, punta a prendere in carico almeno il 30% della popolazione ultra 65enne entro il 2028. Vuol dire aiutare le persone a restare a casa, quando è possibile, con dignità e sicurezza. E vuol dire anche ripensare residenze e semiresidenze: strutture più umane con legami familiari tutelati e contrasto all’isolamento”.

Il tema della salute incrocia anche quello degli appalti. Qual è il nesso concreto?

“Il nesso è il lavoro, e quindi la qualità del servizio. La sanità non è fatta solo da medici e professionalità sanitarie: funziona anche grazie a chi prenota le visite, pulisce gli ambienti, prepara i pasti, cura la logistica, garantisce manutenzioni, trasporti, servizi socio-sanitari e assistenza quotidiana. Quando queste attività vengono spezzettate in appalti e subappalti, spesso peggiorano salari, diritti, sicurezza e continuità. E quando peggiora il lavoro, peggiora anche il servizio.

Per inciso ricordo che proprio da un’indagine che abbiamo commissionato come Fp Cgil Lombardia ormai più di tre anni fa, abbiamo visto come il privato sia presente nella sanità pubblica ben oltre il 40% dichiarato dalla Regione, visto che vanno considerati appunto, gli appalti, i servizi affidati a terzi, le attività libero professionali – aggiunge Negri -. Con queste proposte, per la sanità chiediamo personale stabile, risorse pubbliche e limiti alle esternalizzazioni. Sugli appalti diciamo: stesso lavoro, stesso salario, stessi diritti. In sanità il tema è decisivo: la cura non può reggersi su lavoro povero, cambi d’appalto al ribasso, sotto-inquadramenti o catene di subappalto. Rafforzare il Ssn significa anche ricomporre la filiera della cura: più responsabilità pubblica, più trasparenza, più diritti per chi lavora e più qualità per chi si cura”.

Dove si trovano le coperture finanziarie?

“Intanto, la premessa è decidere finalmente che la salute viene prima delle rendite e delle inefficienze. La proposta è chiara: revisione del prontuario farmaceutico, contrasto all’evasione anche attraverso la moneta elettronica, riduzione dei sussidi ambientalmente dannosi. E prevede una clausola di salvaguardia con una maggiore progressività fiscale sui grandi patrimoni, escludendo la prima casa e i piccoli patrimoni”.

Perché firmare, in sintesi?

“La salute non può essere garantita dal mercato e il lavoro pubblico non può reggersi sul sacrificio individuale. Per la salute bisogna investire nel pubblico e avere visione di lungo periodo, non mettere qualche toppa. E chi lavora negli appalti non è invisibile, ma parte essenziale dei servizi e ha tutta la sua dignità da riconoscere e tutelare”.

Per tutte le info vai sul sito della Cgil nazionale: